Quaderni Vicentini, sinistra d’ingegno. Manca la sregolatezza

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"Narciso", di Michelangelo Merisi detto Caravaggio, Galleria Nazionale d'Arte Antica, Roma.

“Narciso”, di Michelangelo Merisi detto Caravaggio, Galleria Nazionale d’Arte Antica, Roma.

La leggenda ha sempre un fondo di verità. Leggenda vuole che Vicenza sia una plaga culturalmente e psicologicamente poco vitale, un po’ vile, semi-dormiente, auto-repressa nel quieto vivere, che fa di tutto per allontanare i suoi figli migliori. Tutto vero. Ma non del tutto vero: l’eccezione che conferma la regola esiste. Nella vita intellettuale della città, la neonata rivista Quaderni Vicentini è l’eccezione. Iniziativa del giornalista e scrittore Pino Dato, che di riviste se ne intende (il Sospiro del Tifoso è stata la sua più che ventennale cacciatorpediniera di controcanto giornalistico, e lo ritroviamo in pressocché tutti gli altri tentativi di allargare l’informazione locale, da Vicenza Sette alla Nuova Vicenza cartacea), il primo numero presenta uno squadrone di firme che in una parola corrisponde all’intellighenzia di sinistra nostrana: lui stesso, Emilio Franzina, Franco Candiollo, Ciro Asproso, Domenico Buffarini, Lucio Panozzo e molti altri.
Uno sprazzo di vitalità. Non tanto perché non prosperi la cultura, a Vicenza: sono viventi e operanti artisti, eruditi e uomini d’ingegno di ogni tipo (quasi: con Fernando Bandini abbiamo perso l’ultimo poeta conosciuto e riconosciuto), per quanto poco apprezzati dai concittadini o, in certi casi, non a livelli tali da sfondare la barriera delle mura beriche. Vitalità, almeno per il sottoscritto, significa gettarsi nel quotidiano e scrivere, pensare o fare arte in funzione del qui e ora, prendendo una benedetta posizione senza paura di esporsi. E’ combattere. Forse, l’amico Pino che sottolinea la distinzione fra aspetto giornalistico e aspetto in senso lato culturale, direbbe che premo l’acceleratore sul primo. Infatti, il positivo carattere di fondo nella sua ultima creatura è il riferimento costante all’attualità, con giudizi netti e precisi, ma contestualizzando e mettendo fatti ed opinioni in prospettiva, in profondità. Vogliamo usare una definizione salomonica ma veritiera? E’ giornalismo culturale, che poi è la cifra del giornalismo di Dato, almeno per come lo conosco.
Non mi impancherò a recensore, anche se voglio segnalare i pezzi che più mi sono piaciuti: la pepata ricostruzione del direttore sull’affaraccio Borgo Berga o il suo far le pulci con piglio investigativo alla società Linea d’Ombra di Marco Goldin, il mini-saggio storiografico di Franzina incentrato sull’occupazione francese nel primo Ottocento e il suo riformismo, l’invito alla magnanimitas (pensare in grande) di Giovanni Bertacche, il ricordo di Buffarini di quando fu folgorato dall’Islam, la denuncia dell’abbandono della chiesa palladiana di Santa Maria Nova, ridotta a magazzino di libri. Note dominanti: impegno civile e attenzione allo spirito. Quel che deve fare una rivista culturale. Vero è che, come scrive Dato nel prologo, ormai la denuncia non smuove di un millimetro il Potere tetragono, ma il fatto che poi egli stesso si contraddica denunciando eccome, è la prova che il giornalismo critico è, per gli spiriti critici, non un dovere o un lusso: è un bisogno, un’urgenza, una necessità anzitutto per la propria coscienza, e al diavolo il resto.
Una sola critica mi sento di fare, se mi è concessa: manca il gusto della sorpresa, quel che si legge è esattamente quello che ci si aspetta di leggere. La piazza ha bisogno di essere spiazzata, altrimenti si chiude in se stessa. Vogliamo chiamarle provocazioni, le assenti poco giustificate? Il termine non rende giustizia al concetto: provocare equivale ad una forzatura narcistica, mentre intendo proprio il contrario: chi vuole far riflettere dovrebbe cercare la contraddizione perfino con se stesso, come la pepita d’oro nel fiume. Lo scarto, la discrepanza, il contrasto, il caravaggesco controluce, il confronto fra idee e angolature diverse: tutto questo dà senso e sapore al pensiero vivo, cioè in continua verifica con la vita concreta così com’è, e non come il nostro wishful thinking vorrebbe che fosse. Partendo da solidi principi ispiratori, chiaramente. Ma mettendoli alla prova con l’ombra della realtà, col rovescio della medaglia, con l’Altro su tutti i piani. Un timido segnale di sensibilità sotto questa luce è l’intervista al regista teatrale Piergiorgio Piccoli, che non è certo di sinistra (ammesso, e secondo me non concesso, che le etichette ottocentesche abbiano ancora un senso, ma insomma è per capirci, non per banalizzare col giochetto idiota destra-sinistra su cui Gaber ha pronunciato parole definitive: “e basta!”). Alla ricerca del significato delle cose è il leit motiv dei Quaderni: per tentare di afferrarne anche solo una parte, a mio modesto parere servirebbe solo più sregolatezza. Ma ovviamente posso sbagliarmi, dopotutto è solo il primo numero.

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