Marò in India, perché quello striscione in Consiglio comunale?

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due-maro-striscione-comune-di-vicenzaLo avete notato? Da qualche giorno uno striscione campeggia sulla sede ufficiale del Comune di Vicenza, la Loggia del Capitanio: è dedicato ai “due marò” e porta la firma de “i marinai vicentini” e in bella vista lo stemma della Marina militare italiana. No, non è ovviamente opera dello stato maggiore della Marina, ma dell’Anmi (associazione nazionale marinai d’Italia). Il testo dello striscione è molto forte e assertivo, non lascia adito a dubbi: “Due figli del popolo traditi e barattati. Vergogna! Italia destati!” si legge, sopra ai volti di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due fucilieri detenuti in India con l’accusa di aver sparato, uccidendoli, ai due pescatori Ajesh Binki (25 anni) e Valentine Jelastine (45 anni) il 15 febbraio 2012, mentre erano in missione anti-pirateria a bordo della petroliera privata Enrica Lexie. A breve partirà il processo.
Molti vicentini alzando lo sguardo rimangono perplessi di fronte allo striscione: sui giornali non è stata scritta una sola riga a riguardo, non risulta ci sia stata una discussione in consiglio comunale. Eppure nella casa di tutti i cittadini di Vicenza è appeso un messaggio fortemente connotato e di parte, non siglato dal logo comunale ma di una privata associazione, che entra a gamba tesa in una questione molto complessa e che ha a che vedere con i rapporti fra India e Italia, e soprattutto con due persone che, piaccia o no, sono sotto processo in uno stato democratico con l’accusa di omicidio.
Uno striscione simile è rimasto per mesi appeso in piazza Castello alla finestra dello studio dell’avvocato Paolo Mele, vicepresidente nazionale dell’Anmi e attivo nella politica cittadina: è fra i fondatori del circolo Nessuno Escluso (nato in area Pd e poi resosi autonomo dopo l’uscita dal partito del fondatore Matteo Quero) e si è esposto in passato con il comitato nato in favore della costruzione di un centro della protezione civile al posto del Parco della Pace.
Ognuno può pensare quel che vuole del caso dei marò, ma è un fatto che la loro storia sia cavalcata da quasi due anni da una parte politica, cioè dalla destra di Fratelli d’Italia e Pdl, e che la campagna ha spesso assunto toni ingiustificatamente allarmistici al fine di stuzzicare un presunto spirito nazionale ferito. In realtà, come racconta da mesi il giornalista Matteo Miavaldi sull’agenzia di stampa China Files i marò non rischiano la pena di morte, non hanno fatto un solo giorno di carcere (sono ospitati in hotel) e hanno ottenuto ben due licenze per tornare in Italia, fatto abbastanza straordinario per persone accusate di omicidio. Insomma, l’immagine di un governo indiano con la bava alla bocca pronto ad impiccare due “figli del popolo” innocenti non sta in piedi.
In altre città, vedi Milano dove alla fine si è deciso per un totem in piazza con la richiesta di riconsegna dei due allo Stato italiano, il caso è stato trattato in consiglio comunale, con furibonde discussioni fra maggioranza di centrosinistra e opposizione di centrodestra. A Vicenza, a quanto ci risulta, non se n’è parlato in consiglio. La decisione è in capo al presidente dell’aula Federico Formisano (Pd) che su Facebook ha scritto: «Erano o non erano in acque internazionali per cui dovevano essere processati in Italia? È vero o non è vero che non è provato che siano stati effettivamente colpiti dai marò italiani?»
Le domande retoriche poste da Formisano non hanno in realtà risposte semplici e univoche (come la formula della domanda retorica vorrebbe suggerire). Il problema della giurisdizione ad esempio è estremamente complesso: le perizie ordinate dai magistrati indiani hanno infatti provato che la Enrica Lexie si trovava nella cosiddetta “zona contigua” fra le acque territoriali indiane e quelle internazionali; la Corte suprema indiana il 18 gennaio 2013 ha stabilito che il processo non sarà di competenza della giustizia dello stato del Kerala ma di una Corte speciale con sede nella capitale Nuova Delhi; la stessa Corte dovrà dire l’ultima parola sulla giurisdizione, cioè se i marò saranno processati in India o in Italia. Sul fatto che non siano stati i due accusati a sparare, sono stati gli stessi investigatori indiani in una perizia balistica a rilevare che i proiettili ritrovati nei cadaveri dei due pescatori indiani non sarebbero compatibili con i fucili di Latorre e Girone.
Questo dovrebbe rassicurare sul fatto che sui due non ci sia accanimento da parte della giustizia indiana. E comunque, secondo diritto, dovrà essere il processo a stabilire la verità dei fatti. Insomma, sul caso c’è già molta nebbia, e forse quello striscione dal balcone della Loggia del Capitanio, per quanto piccolo e locale, contribuisce solo ad aumentarla, anziché a diradarla.

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8 Commenti a "Marò in India, perché quello striscione in Consiglio comunale?"

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