Il Don Giovanni di Timi, “teatro come orgia”

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Timi Don GiovanniAttore, regista, opinionista, scrittore, belloccio, narciso e amante del sesso a tutto tondo senza alcuna paura. Filippo Timi è uno che gioca con attitudine e promiscuità sessuale tra bellezza e piacere, raccontando senza paura di fobie, traumi e tic (come nel suo romanzo “Tuttalpiù muoio”, dove parla di emarginazione, desiderio e incontri sessuali, balbuzie e morbo di Stargardt), tra prove d’attore eccellenti e regie d’avanguardia dichiarando ai media che oggi «regna il voyeurismo e tutti vogliono conoscere gli orientamenti sessuali altrui. Ma la mia battaglia è fare in modo che l’amore sia rispetto. E alla fine nei limiti dell’amore ognuno deve poter fare quel cazzo che vuole»
E così uno dei principi del cinema italiano contemporaneo, dopo aver portato a teatro un insolito e verace Amleto e poi un travestito negli anni ’50, ha calcato il palcoscenico del nostro Teatro Comunale con la nuova produzione del Franco Parenti con lo Stabile dell’Umbria di cui è regista, adattatore e attore principale, “Il Don Giovanni. Vivere è un abuso, mai un diritto”. Un’interpretazione che a Vicenza ha scatenato polemiche dagli spettatori, alcuni dei quali inorriditi.
Il suo Don Giovanni, come i personaggi con lui in scena, è uno sfarzoso, libertino, esteta ed esagerato re in technicolor ingabbiato tra menzogne e umanità fatua, amante dell’inganno quasi più che delle donne, sempre e comunque suo unico obiettivo. In straordinari costumi-scultura che profumano di art -rock alla David Bowie (realizzati da Fabio Zambernardi con lo stilista Lawrence Steele), Timi presenta il mito del più grande seduttore di tutti i tempi riscrivendone i contorni in chiave pop, eccessiva, warholiana e psichedelica nel trionfo dello humour nero e nella rincorsa alla morte, in uno spettacolo «divertente, eccessivo, ironico, colorato, dissacrante, vuoto e pieno, demenziale, leggero e barocco, tra travestimenti da drag-queen e racconti di amori impossibili, incesti, tutto per mostrare il culto del corpo e, fondamentalmente, per rifiutare la morte». Desiderare, conquistare, abbandonare fanno di Don Giovanni un essere indemoniato oltre ogni regola, tra cinismo e paura in questa bizzarra favola kitsch dove ognuno è stereotipo di un comportamento sessuale, attitudine, perversione o propensione, tipico e portato all’eccesso, tra chi confonde cibo e amore e chi fa il macho e non lo è, un neo Leporello gay in crisi mistica, un servetto mefistofelico e votato alla lussuria e una Donna Anna dominatrice in lattex con il suo Ottavio sottomesso e infantile.
Si spoglia in scena Timi, tra omaggi d’arte e fotografia dall’Him (Hitler) di Maurizio Cattelan a David LaChapelle, con le musiche indomabili da Donna Summer ai Queen, in uno spettacolo «anti-morte – confessa -  dove l’umanità è volubile e insaziabile, priva delle morali colpevoli dell’assurdo destino verso cui stiamo precipitando. Ognuno ha la propria storia, e Don Giovanni non ha scelto di nascere Mito, gli è capitato, e non si sottrae dall’esserlo. Ed è grande perché accetta le conseguenze, inevitabili, dell’essere se stesso». E mentre dichiara che questo suo Don Giovanni è «bulimico di vita e quindi di piacere carnale», conclude: «Per me il teatro è come un’orgia. E spesso sono costretto a trattenermi dallo spogliarmi e buttarmi nudo tra il pubblico. Tanto alla fine è sempre buio in sala, no?».

www.idiaridicasanova.it

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