Bandini, poeta impegnato. Ma respinto dalla politica

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Fernando Bandini

Fernando Bandini

Il poeta, il professore, il critico, il traduttore, il presidente dell’Accademia Olimpica, l’affabulatore. Tra i tanti aspetti delle poliedrica attività di Fernando Bandini commemorati in questi giorni che fanno seguito alla sua scomparsa, ce n’è uno che è rimasto defilato in secondo piano, confinato in poche parole e in qualche frase di circostanza: il Bandini politico, consigliere comunale tra gli anni ’50 e ’60 e poi di nuovo a fine anni ‘70, militante convinto del partito socialista, e soprattutto candidato sindaco nell’autunno del 1998.
E sì che per Bandini non si trattava certo di un punto di secondaria importanza. Chi ne ha condiviso il cammino assicura che l’autore di “Meridiano di Greenwich” la politica era una passione vera, quasi una fede. Socialista vecchio stampo, convinto che la politica dovesse essere soprattutto spirito di servizio per il bene della gente comune, e al tempo stesso uomo di grande autonomia e indipendenza. Forse per questo all’interno del partito non trovò mai lo spazio che avrebbe meritato: fu consigliere comunale per un paio di mandati, e anche segretario provinciale, ma non andò mai oltre – eppure in parlamento una personalità con la sua cultura e la sua intelligenza non avrebbe certo sfigurato – e si trovò spesso su posizioni di minoranza, soprattutto dopo il nuovo corso avviato nel Psi da Craxi e, in Veneto, da De Michelis. «Avrebbe potuto dare molto di più, se la politica lo avesse capito e se gli avesse dato più spazio», commenta Giorgio Sala, che quando diventò sindaco la prima volta si ritrovò Bandini sui banchi dell’opposizione.
Un lungo rapporto fatto di impegno civico e occasioni mancate. La principale, nel ’98, dopo che la giunta Quaresimin era crollata sotto il peso delle proprie contraddizioni interne. Il centrosinistra non aveva ancora un nome su cui puntare per le nuove elezioni, e Bandini si autocandidò, sostenuto da un movimento che univa politici (tra i suoi sostenitori c’era ad esempio l’ex presidente regionale diessino Giuseppe Pupillo, oggi presidente della Biblioteca Bertoliana), e persone della società civile come l’architetto Marco Todescato, l’ingegner Francesco Zaupa, lo storico Renato Camurri. Quello che mancò fu l’appoggio dei partiti, in particolare dei due partiti fondamentali dell’Ulivo, Ppi e Ds. Bandini non riuscì a convincere né i popolari (tra cui aveva un ruolo di primo piano Achille Variati, all’epoca consigliere regionale), che non accettavano un candidato “laico”, cioè non democristiano, e per di più marcatamente di sinistra, né buona parte dei Ds, dubbiosi di fronte ad una figura autonoma, non partitica. Ancora una volta, finì impallinato dai suoi. «C’è stato un netto rifiuto della mia candidatura, soprattutto da parte di Ppi e Democratici di Sinistra – dichiarò in quei giorni -. E un no è arrivato da Roma».
Alla fine, di fronte alla consapevolezza di non aver il sostegno di tutto il centrosinistra, Bandini fece un passo indietro. Da signore, come nel suo stile, lasciò campo libero a Giorgio Sala, nome su cui si era trovata un’intesa. E lo sostenne nella corsa elettorale. «Abbiamo fatto campagna assieme fino all’ultimo minuto – ricorda Sala – e ancora l’ultimo giorno lui era convinto di poter vincere». Se Sala avesse vinto, Bandini sarebbe probabilmente diventato l’assessore di punta della sua giunta. E non alla cultura, come si potrebbe immaginare: «Per lui avevo pensato all’urbanistica – aggiunge ancora Sala -. Un uomo della sua levatura, e con la sua autonomia morale e culturale, sarebbe stato in grado di dare un destino urbanistico diverso alla città».
Le cose andarono diversamente. Le elezioni le vinse il centrodestra con Enrico Hullweck. Bandini tornò ad occuparsi solo di poesia, e nei dieci anni che seguirono, per restare nell’urbanistica, Vicenza si ritrovò con il completamento dei Pomari, il nuovo teatro e il complesso del nuovo tribunale a Borgo Berga. Tasselli degni di quell’Azneciv, quella città a rovescio, sfuggente e senza identità, che Bandini ha cantato tante volte nei suoi versi.

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