A Natale ogni religione vale l’altra? In certe parrocchie sì

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krishna-christNon farò nomi, non indicherò luoghi. Riporterò il semplice fatto. Foglietto dell’Unità pastorale vicentina di ***, 3^ Domenica di avvento (A) – 15/12/2013. In prima  pagina, come è giusto ed ovvio, è riportato il brano del vangelo di Mt. 11, 2-11: «In quel tempo Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?” (…) Tra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».
La seconda e terza pagina sono dedicate, come è giusto ed ovvio, al commento di Mt, 11, 2-11. Meno ovvio non trovarvi traccia alcuna né di Giovanni Battista né di Gesù il Cristo né del significato delle domande dell’uno e delle risposte dell’altro. Il commento, infatti, è incentrato sul fatto che siamo liberi solo in parte ma che, nonostante i condizionamenti, alla fine ciascuno è libero di fare quello che gli pare: «Non siamo liberi di scegliere chi ci genera, da chi nasciamo, chi saranno nostro padre e nostra madre, i nostri fratelli o sorelle, quali geni ci saranno trasmessi in questa combinazione con la quale il puro caso ci segna dal volto fino all’anima. Però sì, siamo liberi di decidere ciò che faremo. Non siamo liberi di sceglierci il sesso con il quale nasciamo, bambino o bambina, maschio o femmina. Però sì siamo liberi per apprendere e per decidere di vivere e gioire della nostra sessualità: sempre come espressione di amore e di comunicazione, e mai come espressione di potere e di violenza. Non siamo liberi di scegliere la religione, nella quale saremo educati. Perché tutte le religioni, sono espressione del paese, della cultura, del popolo o della famiglia nella quale nasciamo. Tutte sono cammini, differenti, alla ricerca della realtà ultima. Tutte possiedono scelte errate e svolte, che si aprono su meravigliosi paesaggi. Però sì, siamo liberi di accettare o rifiutare le credenze, i dogmi, le pratiche, i riti, i mediatori, le autorità della religione appresa. E lo siamo anche per rivedere queste tradizioni, per ripensarle e decidere; se ci nutrono, se ci donano senso, allegria e libertà. O al contrario: se sono sbarre di una prigione ideologica, dove abbondano colpe, paure, repressioni; però un carcere dal quale siamo liberi di scappare» (l’autore è un italiano ben informato perché solo nel Bel Paese esistono carceri da cui si ottiene il permesso premio di scappare).
Una volta da tutti gli altari veniva ripetuto che l’Avvento era un tempo “forte”, impegnativo tanto quanto quello della Quaresima perché ci si doveva preparare all’arrivo non di Budda, di Maometto o di Manitù, persone peraltro stimabilissime, ma del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, del Dio fedele alla sua alleanza che, in Cristo Gesù, verrà ucciso, il suo cadavere sarà deposto nel sepolcro da cui risorgerà il terzo giorno, meritandoci in questo modo la sua misericordia e la libertà di essere suoi amici.
Ora, invece, l’Unità pastorale vicentina di *** informa che le cose non stanno propriamente così perché in Avvento non dobbiamo aspettare proprio nessuno o, se preferite, possiamo aspettare tutti, Budda, Maometto, Manitù e Gesù. Essi e tutti gli altri, infatti, hanno detto cose giuste e cose sbagliate e hanno operato svolte che si aprono comunque su meravigliosi paesaggi. Se al contrario quello che hanno predicato ci apparirà essere una insopportabile prigione, niente paura: il lieto annuncio del Natale post-cristiano è che da tale carcere siamo liberi di fuggire in ogni momento. Alleluja!

P.S. Due settimane fa mi sono permesso di rilevare come la prima pagina de La Voce dei Berici dedicata al sociale fosse esteticamente molto brutta e del tutto sbagliata perché oscurava la bella lettera pastorale di mons. Pizziol. Prendo atto che la prima pagina del settimanale diocesano per l’odierno Natale, invece, è molto bella e che l’augurio del vescovo Beniamino vi è posto in piena e giusta luce.

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