(S)vendita patrimonio pubblico, l’Italia resterà in debito

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I numeri non parlano arabo. I numeri, in valore assoluto, sono spietati. Uno è uno, due è due. Diecimila sono diecimila. Bene. A livello informativo vediamo che a volte vengono diffusi i dati in valore assoluto, a volte in percentuale. Questo a seconda del messaggio comunicativo che si vuol dare.
Così, se si parla dell’ultima legge di stabilità, si parla di una manovra che reperirà risorse per 24,6 miliardi nel prossimo triennio, sembrerebbe una buona somma. Proprio in questi giorni l’Eurostat ha però accertato che il debito pubblico italiano è salito del 3% nell’ultimo trimestre, ovvero sia al 133% del PIL. Detta in percentuali, se così si può dire, si attutisce un po’ il colpo. Entrando nei numeri in valore assoluto, invece, è facile osservare che da gennaio 2012 a marzo 2013 il debito è salito di 52,93 miliardi di euro e da aprile 2013 a giugno 2013 è salito di altri 40,34 miliardi di euro.  Ciò significa che nel giro di 6 mesi, metà anno, il tempo del preavviso per la disdetta di un contratto di affitto, per intenderci, il debito pubblico è aumentato di 93,27 miliardi di euro. Ricordiamoci che questo aumento del debito viene dopo un governo d’emergenza (Monti) e con l’attuale governo di “salvezza” (degli italiani? mah).
Il governo quest’estate ha presentato una bozza per (s)vendere patrimonio pubblico e asset industriali per 400 miliardi di euro in 5 anni da destinare al taglio del debito. Bene, secondo uno studio del Sole 24 Ore dell’aprile 2013 l’Italia nel 2015 arriverà a pagare 100 miliardi di euro all’anno di soli interessi sul debito. Il conto è facile. I 400 miliardi in 5 anni (se mai saranno realizzati) serviranno a mala pena a ripagare i 500 miliardi di interessi sul debito che in questi 5 anni matureranno. Il debito quindi resterà, anzi aumenterà, e l’Italia avrà già venduto il vendibile. Solitamente i creditori, in questi casi, staccano la spina.

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