Rock, l’underground è morto. D’inerzia scimmiesca

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rock-is-deadPoco più di un anno fa avevamo intonato un controcanto alle laudatorie acritiche delle cosiddette “feste rock” che da vent’anni imperversano nel Vicentino senza alcuna novità sostanziale. Oggi, seppur nulla sia cambiato dall’anno scorso, non ci pare il caso di ripetere le critiche già formulate (sono rimaste le stesse), tuttavia si può cercare di allargare un po’ il discorso.
I temi sono i più gettonati: scarsa affluenza di pubblico ai concerti, proliferazione di cover band e di gruppi clone, mancanza di strutture, meritocrazia inesistente, nessuna spinta all’originalità e all’avanguardia musicale. Come si è arrivati a questo punto? C’è voluta una perseveranza cieca e cocciuta fatta di scelte a ribasso, o le situazioni contingenti hanno generato un’inerzia irresistibile contro la quale nulla ha potuto la buona volontà? Sono gli organizzatori incapaci o è del pubblico la maggiore responsabilità? Questi fattori sono tutti legati tra loro, ed hanno generato un circolo vizioso a seguito del quale non si riesce manco ad intravedere il modo per spezzarlo una buona volta. Certo è che il paragone con l’estero (pur con tutti i suoi problemi) è impietoso. E non solo nei confronti di nazioni come Germania o Inghilterra, ma anche di luoghi come Slovenia, Rep. Ceca, Austria, Benelux ed altri meno rinomati ancora.
Alcune questioni sono comprensibili. Il business totalizzante tipico della contemporaneità, per il quale conta solo l’utile, non ha risparmiato la musica, così come non ha risparmiato l’arte tutta e qualunque settore produttivo immaginabile, sia esso materiale o intellettuale. Quando i soldi scarseggiano, gli àmbiti che per primi ne fanno le spese sono quelli che una società imbevuta di idiozie utilitaristiche ritiene superflui: la musica ne è un lampante paradigma.
Ciò vale per tutto l’Occidente, ma altre peculiarità nostrane non sono scusabili. Prima fra tutte, immortale e sacra, la caratteristica mafiosità con la quale in Italia ogni cosa è organizzata. Non c’è niente da fare: se non fai parte del club privé di amici degli amici, non suoni, non ti esibisci, non esisti. Qualunque musicista ha sperimentato questo fatto, e se lo nega significa semplicemente che è riuscito ad inserirsi in qualcuna di queste congreghe clientelari, ricavandone visibilità, opportunità e favori di altro genere (magari inconsciamente). Da Sanremo sino alla più piccola sagra comunale, passando per concorsi e talent-show, tutto qui è organizzato in questa maniera. Chi lo nega è in malafede, chi lo disconosce è un ignorante, chi lo ignora è un codardo.
Negli anni Settanta l’Italia godeva, per esclusivo merito di artisti underground, di una delle scene progressive rock migliori al mondo. In assenza di strutture, gli appassionati mettevano a frutto il loro talento a loro modo. Generalmente, musicista era colui che aveva imparato a suonare bene: gli altri non buttavano soldi e tempo per quelle cose, e se lo facevano avevano vita artistica breve (niente Facebook, all’epoca). Oggi esibirsi su un palco non significa più avere qualcosa da dire, e aver studiato e sudato per imparare a dirlo: oggi stare sul palco significa principalmente scimmiottare i propri idoli. In una situazione di questo tipo non possono più nascere nuove scene musicali del tipo di un Punk, un Black Metal, una Dark, che sono generi ribelli: può solo scaturire una riproposizione (e, in un caso su cinquanta, una rielaborazione personale) del Punk, del Black Metal, della Dark (e di molti altri generi, tra cui alcuni oltremodo inflazionati che, incredibilmente, agli ascoltatori non sono ancora venuti a noia, nonostante propongano gli stessi cliché da decenni). E tralasciamo gli stili “alti” come la classica o il Jazz, che hanno scelto da tempo di avere i loro canali appositi, separati e privilegiati.
A nessuno frega nulla di ciò: primo perché ad una società diseducata all’importanza della musica queste sembrano facezie; secondo perché spesso gli interessati sono già riusciti a ritagliarsi il loro spazietto misero e se lo vogliono tener stretto; terzo perché significherebbe dover modificare radicalmente tradizioni molto radicate (le “feste rock” ne sono un plateale esempio, così come “Vicenza Jazz”, così come gli spettacoli snob al Teatro Comunale, così come i revival penosi e costosi al Geox di Padova, così come i live gerontocratici gratuiti in piazza dei Signori).
Lo spazio è poco e ci sarebbe molto ancora da approfondire. A partire dalla totale mancanza di identità (salvo rarissimi casi) dei festival musicali, che sono uno uguale all’altro, e della conseguente rinuncia a costruire almeno un mercato degli show concorrenziale e libero nel quale il pubblico possa scegliere ciò che più lo rispecchia artisticamente (qui l’Europa del nord ha da insegnare moltissimo, ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, e di chi si accontenta di pacchetti preconfezionati di band commerciali che a quarant’anni son ancora lì a risuonare le scemenze composte quand’erano adolescenti, per il tripudio di un auditorio senza il senso del ridicolo).
In una situazione simile, l’impegno di chi insiste ad organizzare eventi underground indipendenti e di chi cerca di proporre qualcosa di originale è encomiabile. Ma è bene avvertire questi sognatori che è d’uopo per loro emigrare. Le sagre della birra e del geronto-rock, le cover band, gli scimmiottatori professionisti travestiti da idoli del passato, i laudatori dell’impegno a prescindere, gli inventori di farse come concorsi e talent show, ed infine gli ignoranti e i menefreghisti avranno sempre la meglio. Almeno per i prossimi cento anni.

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