Musica e business, live is dead?

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tvorPoiché per scelta non possiedo la televisione-valium mi guardo intorno pensando che potrebbe essere un bel momento per inviare qualcosa per il mio blog a Capo Jake (come lo chiamo io), ovvero il direttore di Nuova Vicenza. È da qualche mese che non svolazzo con la penna, ops, tastiera, tra il bianco sporco di un foglio word. Sta ripartendo la stagione invernale e ne approfitto per navigare nel folle mare di internet e cercare cosa propone il music business italiano. Nulla. È come trovarsi sul bordo di un precipizio con sensi di nausea per la forte altitudine. Se poi ami la musica suonata, beh, diciamo che la pianti di stare in equilibrio e fai volontariamente un carpiato dentro la voragine.
Il live in Italia è morto come tutta la scena indipendente. Dopo aver letto una miriade di opinioni voglio fornire anche il mio contributo e chissà che Santa Cecilia protettrice della musica mi ascolti e cominci con il far fuori San Remo. Ancora ricordo gli anni Novanta, in cui c’erano la Vox Pop del mitico Carlo Albertoli; la Mescal di Luciano Ligabue, sì proprio lui; il Consorzio Produttori Indipendenti dell’incredibile triade Maroccolo, Zamboni e Ferretti. Tanto per citare qualche cavallo di razza svezzato da queste strepitose scuderie: Africa Unite, Afterhours, Casino Royale, Mau Mau, Prozac+, Ritmo Tribale, Sottotono (Vox Pop); Bluvertigo, Carmen Consoli, Cristina Donà, La Crus, Ligabue, Massimo Volume, M.C.R., Motel Connection, Skiantos, Subsonica (Mescal); Ustmamò, Marlene Kuntz, CCCP, CSI (C.P.I.). Non voglio dimenticare tutta la scena rap indipendente napoletana, romana, milanese, le Posse – d’altra parte si veniva dai roventi anni Ottanta.
La scena hardcore punk italiana aveva sbancato le classifiche americane e del Nord Europa con Raw Power e Negazione. Teste Vuote Ossa Rotte era il nostro verbo e Stiv “Rottame” Valli il nostro idolo e Indigesti, Upset Noise, Crash Box, Peggio Punx i nostri eroi. È da qui che arrivano i Punkreas e Shandon. I teatri di solito erano i “Veri” centri sociali (Virus di Milano o il Forte Prenestino di Roma). Come dimenticare il concerto dei Litfiba al Teatro San Marco con mille lire ed i kg di filo spinato presi in faccia durante il live dei CCCP a Rosà. Già, erano i giorni dell’I.R.A. (mitica etichetta di Firenze). ACAB per noi era la nostra legge, vissuta a suono di pennate di basso e violenza dei 4Skins. Era bellissimo: volevi organizzare i Subsonica, chiamavi l’etichetta e ti mettevi in fila, se invece volevi una risposta veloce ti lanciavi su 3 Allegri, Africa Unite o Ustmamò. Poi capitava che ti trovassi a 100 metri da casa il super live dei Prozac (ultimo concerto organizzato al PalaGoldoni o meglio il Palafantasma di Vicenza).
Cos’è accaduto? È nata un’associazione che ha spartito tra pochissimi (circa uno per provincia, esclusa Vicenza) il diritto di fare i concerti di maggior interesse, di fatto tagliando fuori club e locali organizzati da società più competenti di musica che di music business. Le grandi major hanno cominciato ad interessarsi alle punte di diamante delle etichette indipendenti, di fatto impoverendole e facendole chiudere. Non a caso, negli anni 90 il rutilante festival di San Remo, passarella telecomandata di tutte le major, non aveva alcun appeal. Di fatto però, improvvisamente dalla canzone pre-confezionata dei Ricchi e Poveri e Toto Cutugno, si è passati ad ascoltare i Subsonica di “Tutti i miei sbagli” (2000).
Il mercato musicale è stato distrutto da una filiera disgustosa. Promoter aguzzini. Le sacre sorelle della mitica associazione che si spartiscono ciò che vogliono. I fantomatici centri sociali di nuovo corso che, sfruttando la più bieca concorrenza sleale, ammazzano il fiorente substrato di locali e club, facendo prezzi popolari non pagando tasse, evitando i permessi ed infischiandosene di qualsiasi presidio di sicurezza.
Ora, un locale che voglia fare un live di qualche gruppo decente, deve abbassarsi ad un continuo ricatto da parte di tutto ciò che testé ho descritto: “Vuoi fare…? Bene, tu locale ti paghi l’intero cachet (stranamente lievitato a dismisura rispetto alle richieste iniziali del gruppo) e tutti gli oneri ed io, promoter, mi tengo gli ingressi… beh a te rimane tutto l’incasso del bar”.
Ci si stupisce del fiorire delle cover band? Gli originali sono per pochi e se non per pochi anche per te, ma a tuo rischio e pericolo. E già, ma perché a Vicenza non c’è un locale come… che faccia i concerti di…? Per una risposta basta notare che uno degli azionisti del club affolla anche il consiglio di amministrazione di un’etichetta. Anche il fruitore medio non è esente da colpe. Ma questa è un’altra storia… to be continued. 

PS: Santa Cecilia se ci sei batti un colpo.

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6 Commenti a "Musica e business, live is dead?"

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