Frisa: per essere alla moda, Vicenza punti sull’inedito

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Nella locandina, Maria Luisa Frisa

Nella locandina, Maria Luisa Frisa

All’insegna dello slogan “Stop Playing, Start Growing!” mercoledì 8 maggio al Teatro Comunale di Vicenza sono stati premiati alcuni dei 1000 giovani talenti attivi nelle Venezie. Il “Premio Città Impresa” è un riconoscimento per valorizzare i talenti e per dimostrare le potenzialità che il territorio del Nordest è in grado di esprimere. La premiazione ha coinciso l’evento di apertura della sesta edizione del “Festival Città Impresa”, che Il Sole 24 Ore ha definito «il pensatoio del Nord Est». La fashion designer Tracey Wong – vincitrice del concorso Fashion for Young Generations voluto da OVS – è stata premiata da Maria Luisa Frisa, presidente dell’Associazione Italiana degli Studi di Moda e direttore del corso di laurea in Design della moda all’Università Iuav di Venezia. L’abbiamo intervistata per capire a che punto è la moda in Italia e quanto il nostro territorio valga all’interno del fashion system.
A che punto è il sistema moda in Italia?
È una bella domanda, nel senso che il sistema moda in Italia paradossalmente è un sistema che funziona, l’Italia è l’unico Paese che ha conservato intatte le sue filiere più importanti, è il paese che produce gli oggetti più belli che ci sono nel mondo, potrei fare mille esempi, sono talmente tanti. Anche quando si parla di cinema, l’Italia continua a conservare un primato che è solamente italiano cioè la capacità di tenere insieme artigianato, industria e creatività. È un modo di lavorare che realmente esiste solo in Italia. Dall’altra parte il sistema moda in Italia è messo male perché non è più capace di rappresentarsi, è rimasto a un sistema antico che è quello del Made in Italy, che è legato agli anni ‘80. Non lavora sulla costruzione di una mitologia della moda italiana, della sua storia, della sua cultura e questo porta in questo momento a una grande tensione per esempio rispetto a una città come Milano che bene o male dev’essere una delle capitali della moda italiane. I grandi buyer e i giornalisti più importanti non stanno più venendo in Italia a seguire le sfilate perché la settimana della moda di Milano è ritenuta noiosa e infatti tutti i designer indipendenti vanno a presentare le loro collezioni a Parigi. Quindi rischiamo di diventare solo un Paese che produce ma non più un laboratorio creativo. Questo credo che sia il nodo della questione, l’incapacità di credere, di vedere nella moda un sistema complesso che non solo produce business ma produce anche cultura e comunicazione.
Quanto può dare un territorio come il Nordest, in particolare Vicenza con la realtà artigianale orafa, alla moda?
Il Nordest è un territorio interessante perché ci sono alcune delle aziende e delle situazioni più importanti di tutto il sistema della moda globale. E’ anche un territorio che ha capito che fare rete è importante e in questo devo dire che Vicenza è protagonista anche perché alcuni dei suoi grandi sognatori, immaginatori come Cristiano Seganfreddo che sono persone che hanno intuito il valore della zona. Penso a un luogo come la Fiera di Vicenza che ha capito che l’oro, in un momento di grande difficoltà, si poteva rinnovare ma solamente capendo che i sistemi, i linguaggi, i modi cambiano e quindi, la Fiera da una parte e il gioiello dall’altra, si sono aperte a delle declinazioni contemporanee, più inedite. Il gioiello non è solo l’oro. La capacità di mescolare il territorio. Io dico sempre che questo territorio ha fatto un grande salto e deve farne uno ancora  più in avanti, investendo sulla formazione e sui luoghi della rappresentazione. Vicenza avrà presto il Museo del Gioiello in Basilica Palladiana, ed è molto importante però dovrà essere fatto bene e dato in mano agli specialisti.
Quanto sono incoraggiati i giovani nel nostro Paese?
È giustissimo parlare dei giovani, però dobbiamo cambiare molte cose e dobbiamo credere nei giovani con la consapevolezza che il nostro sistema Paese può andare avanti solo se migliorato, se noi investiamo nella qualità. Solo con questa consapevolezza e nel credere in noi stessi. Oggi tutti mandano a studiare i figli all’estero, va benissimo ma non deve essere perché non credono nelle nostre scuole, questo è molto grave. Bisogna che ci sia una struttura per cui tutti noi crediamo nei luoghi della cultura e ci investiamo, perché sono i luoghi dove i giovani si formano. Dobbiamo immaginare un mondo dove l’Italia sia un Paese normale come tutti gli altri, perché da troppo tempo non è più un Paese normale.

www.nonsoloborse.net

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