La politica è morta, le donne vivono. Anche grazie alla “violenza”
8 marzo, festa delle donne. Una donna, vicentina di origini (studi al Pigafetta, parenti qui, oggi vive a Milano), ha scritto un libro uscito recentemente, dal titolo originale, che incuriosisce: “Dio è violent”. Luisa Muraro è una scrittrice e pubblicista prolifica, ha insegnato filosofia, e continua a riflettere sul suo leit motiv: «come si annodano fra loro filosofia-politica-storia-religione nella vita e nella esperienza delle donne, senza escludere gli uomini».
Un tema di fondo che ritroviamo anche nella sua ultima opera. L’autrice ne spiega la genesi: «Per anni ho seguito la vicenda del No Dal Molin e a un certo punto ho preso coscienza che la politica basata sul contratto sociale e sugli accordi internazionali (cioè, la democrazia moderna), è morta e al suo posto agiscono la guerra e l’economia, cioè i rapporti di forza. Proprio in quel m omento, per caso, ho visto su un muro di Lecce la scritta che poi ha dato il titolo al mio libro. La scritta, fotografata da Paola Mattioli, forma l’immagine di copertina. Che cosa vuol dire “Dio è violent”? La risposta è lasciata a chi legge. Per me vuol dire che l’essere umano, se usa la violenza come uno strumento, fa sacrilegio. Io però non condanno la violenza di chi, lottando per una causa giusta, sconfina in qualche comportamento violento: può capitare. Tutto questo discorso lo faccio dal punto di vista di una donna, è naturale: sono una donna, ma con la forza del pensiero politico che si è sviluppato in questi decenni con il movimento femminista».
La violenza, dunque, può essere giusta. Un’idea che rimanda alla “guerra giusta” della Chiesa Cattolica. «La Chiesa cattolica ha creduto suo dovere interpretare la storia umana alla luce della verità divina e ricavarne delle norme. Io non giudico questa pretesa, mi pare enorme ma non assurda, ha portato ad abusi di ogni tipo come le crociate al grido di “Dio lo vuole”, ma anche a posizioni sacrosante, come quella del vescovo Ambrogio che nega all’imperatore genocida l’entrata in chiesa. Invece non ho dubbi che la “violenza giusta” sia un attributo esclusivamente divino, come tale incomprensibile. C’è un uso giusto della forza che, portato al limite, può diventare violento, purtroppo, ma a volte è necessario spingersi fino al limite, così com’è successo nella Resistenza contro i nazisti e i fascisti». Nell’approfondire il pensiero su violenza e non-violenza, la Muraro si richiama alla filosofa Simone Weil: «Per me, vale quello che insegna la Weil: la non-violenza è buona se è efficace; la scelta della non-violenza dipende anche dall’avversario. Spiego il secondo punto: se l’avversario si presenta come un drone, cioè una macchina che uccide senza che si possa interagire con essa, comandata da un esperto totalmente separato dal contesto, il bersaglio è ridotto a una cosa e non sorprende che alcuni decidano allora di trasformarsi in una bomba. Ma tutto questo è terribile, è il trionfo della disumanità. Perciò dico: continuiamo a pensare, a parlare e a informarci, ossia: restiamo umani e non chiudiamo gli occhi. Andiamo a vedere Zero Dark Thirty, l’ultimo film di Kathryn Bigelow».
Ma insomma esiste una regola generale che ammette e permette il ricorso alla forza? «Questa domanda apre un’altra prospettiva, che è quella più importante per me. C’è una forza di donne, guadagnata con quarant’anni di movimento femminista (ma accumulata già da prima) che va agita. Con quali scopi, con quali mezzi? Per la libertà femminile, che non esclude quella degli uomini. Con mezzi simbolici, che sono parola e autorità. Un discorso enorme». Facciamo un esempio, diciamo così, pratico. In genere si condannano gli atti di teppismo ribellistico in occasioni ormai ritualizzate come le riunioni internazionali del G8 (ricordiamoci Genova 2001). Ammesso siano giustificabili in linea teorica, non rischiano di essere puri sfoghi di rabbia previsti e prevedibili, facilmente infiltrabili da provocatori prezzolati, perciò controproducenti per la causa che sostengono? «Se parliamo dei Disobbedienti e fenomeni simili, condivido il suo giudizio. Ma Genova 2001 non va catalogata fra i riti politici, era una grandiosa e pacifica dimostrazione pubblica per una politica globale che non fosse succube degli interessi puramenti economici. Il comportamento apparentemente aberrante delle forze dell’ordine va letto di conseguenza: bisognava impedire che quella manifestazione apparisse per quello che era veramente; bisognava farla diventare, nella memoria collettiva, un teatro di orribili disordini. Le forze dell’ordine si sono prestate a questo scopo. Non che lo abbiano deciso loro nè il governo italiano! Genova 2001, insieme alle grandi manifestazioni della primavera 2003 contro la imminente guerra dell’Iraq, anche quelle tutto per niente, sono fra i grandi eventi che mostrano con ogni evidenza, a chi vuole vedere, che la democrazia è diventata una parola vuota».
Al sorgere in Italia e in Occidente di movimenti di massa antisistema, secondo la Muraro la violenza rivoluzionaria, cioè organizzata e strategica non rappresenta una possibilità: «abbiamo davanti agli occhi un movimento di massa antisistema che ha scelto di combattere e vincere nelle urne, al seguito di un autentico e geniale capocomico. Hanno avuto successo. Da notare che il capocomico non può essere eletto al parlamento perchè ha ucciso due persone, ma non voleva far del male a nessuno, è stato solo un disgraziato incidente automobilistico».
Nell’incipit ricordavamo che oggi si festeggiano le donne. Le donne stanno o dovrebbero ripensare il loro rapporto con l’aggressività e la vitalità contenute nella violenza? «Le donne? Forse voleva dire: gli uomini. Agli uomini piace pensare che la violenza sia un fatto maschile. Comunque, le posso assicurare che le donne (io sono una di loro) hanno riflettuto e parlato su questi temi. Il mio “Dio è violent” lo dimostra. Essere esposte alla violenza altrui è una scuola di pensiero, per quanto dura, e noi ne abbiamo fatto tesoro. Cioè siamo andate avanti. Il mio non è un libro sul tema della violenza o sulla questione di genere, ma un libro femminista sulla morte della politica. Lo ha scritto una esponente di un pensiero politico, il pensiero della differenza, che ha quarant’anni di storia. Una che si fa forte con il crescente protagonismo femminile, al quale bisogna guardare se si vuole muoversi con la realtà che cambia».



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