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Grillismo, reazione alla bancarotta della Politica

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Lai, contumelie e offerte di cariche istituzionali caratterizzano questo problematico dopo elezioni. Sembra che la vecchia grammatica dei partiti non ceda nemmeno davanti al fatto che 13 milioni di voti hanno cambiato “riferimento” , che 12,5 milioni di elettori si sono astenuti e che una coalizione con il 21% degli  aventi diritti al voto, e grazie a una ignobile legge elettorale, che nessuno ha voluto cambiare, guadagna il 55% dei posti alla Camera.
I partiti scambiano il “grillismo” per un evento riconducibile alla cosiddetta antipolitica, o peggio alla stupidità degli italiani. E il loro giudizio non nasce per dabbenaggine o esegesi del voto errata, ma consapevolmente, come frutto di quella cultura “partitocratica” ampollosa, supponente e manichea che ha prodotto tutti i disastri che il paese sta registrando. Il “ grilismo” è, soprattutto, figlio di almeno 20 anni di collusioni ed errate analisi, in particolare del centrosinistra. Comunisti che avevano creduto nell’alternativa di sistema congiuntamente a ex democristiani orfani del “monopolio del potere”, hanno  ritenuto che guarentigie e prebende acquisite fossero da preferire agli sforzi  del pensare alla edificazione di una società delle pari opportunità.
Nasce da questa posizione politica autoreferenziale la bancarotta della Politica e il sostegno  a  governi tecnici, da Ciampi a Dini, da Prodi, a Monti, con un’ininterrotta serie di ministri tecnici all’economia: Barucci, Dini, Ciampi, Tremonti 1, 2 e 3, Siniscalco, Padoa Schioppa, Monti, Grilli. Il risultato delle politiche messe a punto si compendia in tassi medi di crescita dell’1% all’anno, composizione del gettito da imposte dirette per il 93% da lavoratori dipendenti e pensionati , 50% delle pensioni Inps sotto i 500 euro, patrimonio privato per il 50% in mano al 10% degli italiani; dati che segnano tutta la grande iniqua distribuzione che si è registrata in questi 20 anni.
Arriva la crisi  e la politica, invece di assumersi le proprie responsabilità delega a un tecnico, i cui risultati sono i seguenti: anno 2011, debito pubblico pari a 1912 miliardi di euro;  governo Monti  2012,  1995 miliardi di euro. Una differenza di 83 miliardi di euro. Falso che abbiano inciso i 19,5 miliardi versati per il Fondo Salvastati, perché 9 miliardi sono stati scippati ai comuni attraverso la Tesoreria unica, e 10 cedendo alla Cassa depositi e prestiti Fintecna, Sace e Simest.
Dal novembre 2010 al novembre 2011, con il drammatico mese di agosto in mezzo, quindi, il debito pubblico passa da 1874 mld a 1912 miliardi con un incremento di 38 miliardi, che sono il 45% dell’incremento di debito del governo Monti . Valore assoluto del Pil nel 2008, allo scoppio della crisi: 1575 miliardi di euro, arrivati a 1580 nel novembre 2011. A fine 2012 con il governo Monti il Pil è pari a 1565 miliardi di euro, ovvero 15 miliardi in meno rispetto al 2010. Interessi sul debito: 5,5% del PIL nel 2012, 5,6% PIL nel 2013 , 6% nel 2014 , 6,3% nel 2015 (Fonte : Nota Aggiornamento DEF del Governo ).
L’Istat giorni fa ha certificato 3 milioni di disoccupati. Da gennaio 2009 sono complessivamente 39.159 le imprese che hanno portato i libri in tribunale. Infine, da incubo l’Economic outlook dell’Ocse  sull’Italia: quest’anno l’Ocse stima una caduta del PIL dell’1,5% , ovvero tre volte la stima fatta dal governo nell’ultimo DEF. Conti pubblici angoscianti: il governo Monti ha stimato nel 2014 il rapporto debito/PIL al 118,2%, mentre l’Ocse parla di 132,2%. Un valore mai raggiunto in tutta la storia della Repubblica Italiana.
Rispetto a tale inquietante quadro, prodotto dalle politiche recessive imposte dalla Buba travestita da BCE, i partiti di  Governo hanno modificato l’art 81 introducendo il pareggio di bilancio come richiesto dal Fiscal Compact, che detta una rigorosa disciplina di bilancio in gran parte confermativa delle regole del Six Pack . I democraticissimi partiti, alfieri della democrazia hanno garantito i due terzi dei voti in Parlamento, evitando il referendum confermativo.
Ulteriore effetto del Fiscal Compact è il rientro del rapporto debito/PIL al 60% in 20 anni. Quest’obiettivo implica avanzi primari pari mediamente a 50 miliardi di euro. Il suicidio di una democrazia quale conseguenza del cosiddetto paradigma della scarsità, che vanta numerosi sostenitori nel mondo accademico e nelle banche centrali e che rappresenta la base concettuale della teoria macroeconomica dominante.
Il linguaggio duro dei numeri, delle statistiche ufficiali (Istat, Eurostat, Ocse, Bankitalia ) parlano di una comunità nazionale da livello inferiore della graduatoria continentale, con una società bloccata in basso, con aree di sofferenza e settori estesi di disgregazione e declassamento. Il linguaggio e l’agire dei partiti è stato nel segno di una ostentata opulenza e nell’illusionismo veicolato dai media che parlavano di un benessere da piani alti.
Il grillismo è la reazione a questa degenerazione istituzionale, economica e sociale di un sistema che dalla “distruzione” del disegno di legge Passigli sul conflitto d’interesse è passato alla bicamerale, al patto della crostata Letta-D’Alema, al ribaltino del governo D’Alema, ai regali del patrimonio pubblico del duo Ciampi-Prodi senza nessuna liberalizzazione, alla sottoscrizione del Fiscal Compact, un trattato internazionale difforme dal Trattato UE originario  di Maastricht e ora di Lisbona.
Il grillismo è oggi l’unico elemento di risveglio al collusivo silenzio della partitocrazia rispetto a una politica che neanche sfiora le esistenze ovvero la carne e il sangue, le ansie e le speranze delle donne e degli uomini: a furia di “vendere” i “fini ultimi” la politica ha smarrito i fini prossimi, quelli che toccano le speranze e le inquietudini dei cittadini. Diventando così il nulla nel quale si è incuneato il potere dell’Economia e della Tecnica.

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