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Bergoglio, un altro Wojtyla?

papa_francesco_balcone_papa_francesco_getty__3__1La sua famiglia viene da Bricco Marmorito, una contrada dell’astigiano che se solo fosse qualche chilometro più in là sembrerebbe fatta apposta per finire sull’etichetta di un buon barolo. E proprio come il barolo papa Bergoglio si è presentato al mondo con grande personalità. Con un nome, Francesco, che è tutto un programma e che non era mai stato scelto da nessun altro pontefice; con parole di una umanità quasi disarmante («buonasera», «grazie dell’accoglienza», «ci vediamo presto, buona notte e buon riposo»); e con un invito alla preghiera – un pater, un’ave e un gloria – che sembra uscito da un parroco in visita alle famiglie del quartiere.
Dietro la studiata semplicità di quei pochi minuti dal balcone su piazza San Pietro, si nasconde però un personaggio estremamente complesso. I commenti a caldo sottolineano la novità della sua elezione: è il primo papa non europeo da oltre un millennio, il primo latino-americano, il primo gesuita, il primo con un nome (e un atteggiamento) francescano. Di lui si evidenziano l’umiltà, l’avversità per ogni forma di ostentazione e ricchezza – la vita in un appartamentino modesto in cui cucina da solo, gli spostamenti in metropolitana – e la vicinanza ai poveri, le denunce contro le speculazioni disumane dell’economia e la corruzione della politica.
Ciononostante, è impossibile considerarlo come un “progressista”, pur con tutte le cautele con cui vanno assunte etichette di derivazione politica in ambito religioso ed ecclesiastico. Dal punto di vista dottrinale, almeno sui temi più politicamente sensibili, le sue posizioni non sono distanti da quelle dei suoi predecessori Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Soprattutto sui matrimoni gay, ha scatenato una campagna durissima in Argentina contro la proposta di legge della presidente Kirchner, definendo le unioni omosessuali come qualcosa che arriva a distruggere l’immagine di Dio. E tuttavia, confermandosi difficile da incasellare, sempre lui non ha esitato a definire i sacerdoti che si rifiutano di battezzare i bambini nati fuori dal matrimonio come «gli ipocriti di oggi».
Le ombre più pesanti si addensano sul suo passato di responsabile dei gesuiti argentini ai tempi della spietata dittatura militare. Le inchieste giornalistiche di Horacio Verbitsky e svariate testimonianze lo indicano come responsabile per la mancata protezione di due parroci scomodi rapiti e incarcerati per mesi, e più in generale come un prelato che non ha mai preso le difese dei desaparecidos e delle vittime: lui e il suo entourage hanno sempre negato, ribattendo anzi che in quel periodo avrebbe contribuito a salvare molte vite. Probabilmente si avvicinano di più alla verità quanti lo collocano in una zona grigia: giovane sacerdote in ascesa (all’epoca aveva una quarantina d’anni) in una situazione caotica e complessa come l’Argentina a cavallo tra gli anni ’70 e ‘80, il futuro papa sarebbe stato attento sia a non esporsi troppo a favore della dittatura (come fecero molti suoi illustri colleghi), sia a non schierarsi apertamente con i suoi oppositori.
Conservatore ma vicino ai poveri, simpatico ma intransigente, Bergoglio ricorda in qualche modo Woytila. Come il papa polacco, anche lui venuto da lontano, addolcisce con la sua umanità genuina idee e posizioni che in bocca ad altri sembrerebbero intransigenti. Non c’è da aspettarsi grandi rivoluzioni, soprattutto sul piano del confronto sui cosiddetti valori etici. E non è detto che questo sia un male. Uno storico cattolico come Franco Cardini ricordava solo pochi giorni fa che la Chiesa non deve inseguire i mondo. Sarebbe già molto se il nuovo papa riuscisse a riportare l’attenzione sulla forza dirompente del messaggio sociale del Vangelo. Le premesse ci sono, ma ogni pontificato è un mistero e una sorpresa.

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