Pride a Vicenza, apriamo gli armadi
La città del Palladio e di molti retaggi (e pregiudizi) che a metà giugno ospiterà il Gay Pride veneto, da poco meno di un anno riconosce anagraficamente le coppie di fatto. Gay, lesbiche, bisessuali e trans gender, fidanzati, amici, amanti: cosa significa amarsi oggi a Vicenza per chi non è etero? Vicenza Pride è l’occasione per molte coppie e single omosessuali uscire allo scoperto, come recita lo slogan della manifestazione “Aprite gli armadi”.
Barbara e Cristina hanno 38 e 41 anni e vivono insieme a Vicenza. Appassionata di informatica e grafica la prima e di animali la seconda, entrambe lavorano da anni nei settori di interesse. «Tutto è nato dalla spinta emotiva che ci è venuta dal Bassano Pride del 2012 – ci spiegano Barbara e Cristina - Erano 10 anni che non veniva organizzata in Veneto una grande manifestazione lgbt di piazza. Ritrovandoci con le nostre bandiere arcobaleno abbiamo sentito il desiderio, la necessità, di una manifestazione anche a Vicenza. A Padova locali e iniziative lgbt sono alla luce del sole, Vicenza non è ancora così: c’è ancora il problema della visibilità, e molti, troppi gay e lesbiche vicentini rimangono nascosti. Questo è proprio il motivo principale che ci spinge ad impegnarci per il Pride: non si può vivere una vita felice se si è costretti a rimanere nascosti o a fingere di essere ciò che non si è. E questo Pride darà voglia e forza di uscire allo scoperto»
Secondo Barbara e Cristina, Vicenza è infarcita di cultura eterosessista, da cui uscire è difficile: «è un lavoro che dovrebbe partire dalle scuole e dalle famiglie, per insegnare che tutti contribuiscono con le loro diversità ad arricchire la società. Nell’Europa del Nord le follie discriminatorie non esistono, anzi vi è la parificazione di doveri e diritti da decenni».
“Aprite gli Armadi” è un invito ad uscire allo scoperto perché l’invisibilità alimenta l’omofobia, continuano B. e C.: «Nel Veneto non è facile essere visibili, e così si alimenta l’assurda credenza che non esistiamo. La visibilità è un’arma potentissima, ma finché continueranno ad esistere all’interno della nostra comunità gli invisibili, la società non potrà definirsi civile». Aprire gli armadi, insomma, «è più una faccenda legata alla cultura e agli insegnamenti ricevuti da bambini che non alla mera classe sociale. Nell’upper class può essere più facile vivere la propria omosessualità, perché il “diverso” piace ed è fuori dagli schemi. Più difficile essere “diversi” in ambienti in cui sei l’unico ad andare fuori da regole imposte. I meccanismi dell’omofobia rimangono strettamente legati alle esperienze di vita, alla cultura, che non è quella sui libri ma quella che ci si fa girando il mondo».
Recentemente l’attrice Jodie Foster ha fatto coming out ufficiale al ritiro del Golden Globe, ma come mai le lesbiche “non esistono” e se ne parla molto meno che dei gay? «Le lesbiche sono donne, e come tali la cultura paternalista in cui viviamo ci vede incastrate nel ruolo di mogli e madri. Sono concetti tremendi, inaccettabili, ma che nella storia hanno già portato l’uomo a nefandezze inenarrabili: nei campi di concentramento le lesbiche si potrebbe dire che non erano nemmeno perseguitate, dato che appunto secondo il regime non esistevano. Ed i triangoli neri che venivano loro cuciti eranoquelli degli “asociali”. È tremendo a dirsi, ma le lesbiche non avevano nemmeno il “diritto” al triangolo rosa, non avevano nemmeno una definizione, bensì venivano inserite in un gruppo che annoverava altre forme di vita contrari, secondo il regime, al bene del Paese, tra queste anche le non sposate. Per non parlare della barbarie che si consuma in Africa nel silenzio internazionale: il cosiddetto “stupro correttivo”, per riportare le lesbiche sulla retta via. Nella storia le lesbiche sono rimaste invisibili nella misura in cui il maschio riteneva non potessero davvero esistere, e che comunque prima o poi sarebbero state piegate al suo volere e alle sue necessità. Oggi l’uomo gay è o ridotto a macchietta o a sex symbol da copertina, la donna lesbica non ha appeal commerciale, perciò è nel silenzio. E non tutte siamo come Jodie Foster».
Un ricco percorso di eventi, manifestazioni ed happening artistici porterà Vicenza al 15 giugno, data del Pride, occasione di «orgoglio di una città che sta dimostrando e farà vedere a tutti quanto accogliente e aperta e capace di arricchirsi delle reciproche differenze è. Una città in cui cultura e arte non siano più definite in base a classificazioni di genere, ma siano di tutti e per tutti. Questi mesi di eventi ci avvicineranno e faranno fare un salto di qualità a tutta la città. C’è un tale fermento artistico e culturale, e sono tali e tante le realtà e le associazioni vicentine che stanno collaborando, che sarà un piacere e un onore mostrare la nostra Vicenza in tutta la sua accogliente bellezza».



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