La Veladiano, cattolicesimo alla Bernanos
Reduce dal premio Calvino e dal secondo posto ottenuto al Premio Strega con “La vita accanto”, Mariapia Veladiano si ripropone con “Il tempo è un dio breve”, Einaudi 2012. E’ la storia di Ildegarda, tormentata giornalista cattolica sposata con Pierre, un giornalista laico che, figlio non voluto, non vuole figli perché «sente che la morte si annida in lui come l’ultimo di una serie infinita di insulti che gli tocca patire». La rottura del rapporto è solo questione di tempo: dopo la nascita di Tommaso, Pierre abbandona Ildegarda nelle nebbie della pianura lombarda e sceglie di vivere in quelle di Londra.
Per Ildegarda la speranza e la felicità sembrano rinascere sulle montagne dell’Alto Adige, nello splendido panorama di Campodalba davanti alla Croda di Luna (un riconoscibilissimo Prato Piazza di fronte alla Croda Rossa, tra Cortina e Dobbiaco). Lì la giornalista incontra un pastore protestante, Dieter, che ha perso il figlio di otto anni e forse la fede, come il pastore del bergmaniano “Luci d’inverno”. Fra i due nasce un’attrazione in cui corporeità, dialogo e spiritualità si fondono come dovrebbe sempre avvenire. E’ un secondo, perfetto inizio. Ma la comparsa di un ospite inatteso muta ancora una volta ogni tentativo di controllare la propria e l’altrui vita.
La struttura della narrazione è circolare: appena letta l’ultima pagina viene spontaneo tornare a leggere l’intera vicenda da capo per riconoscere i segni del “dopo” che l’autrice ha lasciato cadere senza che a una prima lettura fossero individuabili. Eppure, nonostante sembri essere la storia, scontata, della incomunicabilità di una coppia molto borghese immersa in un contesto di singolari fobie e paranoie, tutto era così chiaro fin da subito! Sia la conclusione sia il tema centrale erano lì, già nelle primissime pagine: «La vita vale il male che c’è?». Il nodo viene poi esplicitamente affrontato nella parte finale: «Perché c’è il male? Qualcuno ha detto: perché Dio ci manda delle prove. Ma che Dio è quello che fa morire un bambino per provare la nostra fede? O lo fa soffrire? Qualcun altro ha detto: Dio tollera il male ma non lo vuole. E che differenza c’è fra tollerare e volere se Dio è onnipotente?». Domande a cui non c’è risposta “ragionevole”.
Il cattolicesimo della vicentina Veladiano ha ben poco da spartire con la tradizionale e deformante rappresentazione della religiosità vicentina, credula o ipocritamente perbenista, e più di un’affinità con Bernanos (anche quello della Veladiano è un diario!): «Quando la mia faccia toccava terra e la paura inchiodava i pensieri e mi mangiava il corpo e l’anima, e mi sembrava di poter respirare solo la polvere grigia dei muri e niente, assolutamente niente poteva farmi male più di così, io sentivo, come si sente con i sensi, che Dio era là e respirava la mia polvere al posto mio e mi annusava leggero la testa, come le mamme respirano il profumo dei loro bambini. Eppure guardavo Tommaso e mi sembrava che la sua pelle rovinata fosse la prova straziante dell’inconsistenza di Dio». Dio come scandalo assoluto che permette a Pierre, glaciale incarnazione del male, di infliggere a Ildegarda la più devastante delle umiliazioni e di andarsene impunito. Ma quella del male è solo la penultima parola. Ildegarda si affida all’ultima, definitiva parola dell’amore che è autentico solo quando ti strappa tutto quello che possiedi di più amato e lo affida ad altri.
Per narrare la storia di Ildegarda, Mariapia Veladiano adopera una scrittura essenziale e forte come un’incisione a bulino: il segno è profondo ma non aspro; la frase finisce dove “deve” finire; ogni parola è pensata e scelta in funzione di “quella” frase. Se ne vedano i risultati, ad esempio, nella bellissima e rasserenante descrizione del matrimonio nella parrocchiale di Dobbiaco o nel ritmo concitato della disperazione: «Sentivo il freddo scendere lungo il tuo corpo e non sapevo se stringere più forte i tuoi piedini con le mie mani fredde che sembravano fuoco sulla tua pelle gelata oppure se lasciare andare la tua anima, libera dal male».



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