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Ipab, tutte le spine della gestione Rolando

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Giovanni Rolando

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In tutta la polemica cresciuta in queste settimane attorno all’Ipab – proprio ieri mattina il presidente Gianni Rolando (Pd) ha presentato le risposte dell’ente alle contestazioni mosse dalla Regione, e minacciato azioni legali contro chi critica l’attuale gestione – c’è un elemento rimasto finora in secondo piano: la situazione concreta con cui devono fare i conti quotidianamente gli oltre 400 lavoratori e le centinaia di ospiti alloggiati tra il Trento, il Salvi, Monte Crocetta e i centri diurni.
Il dato di partenza, e questo è un elemento critico comune a tutte le Ipab, è la sofferenza degli organici. A guardare le tabelle del personale, il Trento–Salvi è in linea con gli standard previsti. Ma gli standard hanno quasi trent’anni e non tengono assolutamente conto dell’evoluzione che c’è stata nel frattempo. Alle Ipab, oggi, arrivano ospiti in gran parte non autosufficienti, spesso con patologie gravi, e il lavoro in reparto è molto più pesante di quanto non fosse vent’anni fa. Operatori e infermieri, però, non sono certo più numerosi. Caso mai il contrario, anche perché, con le finanze pubbliche sempre più in rosso, sostituzioni e nuove assunzioni vengono fatte col contagocce. «Le Ipab ormai non sono case di riposo, sono una dépendance dell’ospedale – commenta Federico Martelletto, sindacalista delle Usb – È di questi giorni la notizia che la Regione vuole ridurre di un altro 1% la sua quota delle rette: questo vorrà dire meno risorse, e quindi ulteriore peggioramento delle condizioni di lavoro». «Il personale scoppia, – aggiunge Claudio Scambi della Uil – saltano i turni, i riposi, le ferie; i lavoratori non ce la fanno più. Sono fin troppo bravi a garantire ancora livelli di assistenza buoni, stando a quanto ci dicono i familiari».
A Vicenza, a peggiorare la situazione, si aggiunge la criticità delle strutture in cui sono ospitati i reparti. Quasi sempre ambienti vecchi, scomodi, non al passo con le esigenze di oggi. «Provate a immaginare la differenza tra lavorare in un reparto su un unico piano, e in uno articolato su tre piani», continuano i sindacati.
E crescono anche i segnali di scontento per l’attuale amministrazione, un disagio che tra i lavoratori è sempre più palpabile. Una parte degli appunti si concentra sulle scelte gestionali. L’accorpamento di tutti gli uffici in un’unica palazzina, ad esempio, che se da un lato risponde ad una logica di razionalizzazione, dall’altro ha comportato una compressione degli spazi e una collocazione infelice di alcuni sportelli. «Gli uffici più frequentati dal pubblico sono stati spostati al secondo piano – raccontano alcuni dipendenti che chiedono di mantenere l’anonimato – E questo ha comportato anche alcuni costi aggiuntivi, come l’acquisto di una nuova cassaforte, perché la vecchia non poteva essere spostata».
Altre lamentele riguardano il progressivo peggioramento di alcuni servizi, come la mensa, che fino a qualche anno fa distribuiva pasti anche all’esterno e adesso non arriva a coprire le necessità di tutte le sedi dell’ente; la conferma di appalti esterni, come quello per la gestione del San Camillo, a fronte di personale interno che sarebbe sottoutilizzato (è il caso dell’equipe tecnica destinata alle manutenzioni); la riduzione dei posti letto potenziali, che vuol dire anche una riduzione dei contributi ricevuti.
L’ultimo capitolo del cahiers de doléance riguarda, infine, i rapporti tra amministrazione e lavoratori. E si concentra, in particolare, sull’impostazione troppo accentratrice data dal presidente Rolando. Le critiche dei dipendenti segnalano il moltiplicarsi di richiami anche per motivi banali, un controllo fin troppo fiscale sugli orari di ingresso e uscita («fino a qualche tempo fa c’era chi si fermava di più, senza fare straordinario, solo per intrattenere gli ospiti: adesso non lo fa più nessuno, perché rischierebbero di essere ripresi»), la totale mancanza di dialogo, un clima di esagerato sospetto («le porte degli uffici devono rimanere sempre aperte, in modo che sia possibile vedere cosa si fa all’interno»), e in generale un atteggiamento descritto come autoritario. La conclusione è che «fino a qualche tempo fa si era orgogliosi di essere dipendenti Ipab: adesso molti dipendenti si sentono intimoriti, demotivati, e c’è chi alla prima occasione cerca un’altra sistemazione».
Risorse sempre più esigue, lavoro sempre più impegnativo, strutture obsolete, dipendenti sfiduciati. Una serie di fattori potenzialmente esplosivi, che se non si trovano le giuste contromisure potrebbe mettere in crisi l’ente di San Pietro. Il numero di posti letto liberi, complice anche la crisi che spinge le famiglie a tenere gli anziani in casa fin quando è possibile, è in aumento. E questo si traduce in una diminuzione delle entrate che potrebbe destabilizzazione i bilanci. «Al di là del colore politico, gestire l’Ipab sarà sempre più complicato – riprende Claudio Scambi – La concorrenza di strutture più piccole e moderne sul territorio si fa sentire. Purtroppo di questi problemi la maggior parte della gente si rende conto solo quando li tocca con mano».

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