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Il pojana elettorale

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pojanaPensare che tra poco più di un mese arriverà la primavera richiede un notevole sforzo d’immaginazione. Se, infatti, il calendario gregoriano non ammette deroghe alla data del 21 marzo, è tutta un’altra cosa valutare quando la situazione climatica ci consentirà davvero di salutare giacche imbottite e berretti di lana. Buone notizie arrivano dai pronostici della tradizione popolare: l’almanacco meteorognostico vicentino, alias il “pojana”, predice giorni sciroccali per metà marzo e anche Punxsutawney Phil, celebre marmotta addomesticata della Pennsylvania dove mi trovo, sembra profetizzare una fine anticipata del gelo (conseguenza – poco logica – del fatto che non sia riuscita a scorgere la propria ombra). Non serve intendersi di lunari contadini o di ombre (e Giovanni Spello, inventore del “pojana,” ne beveva sicuramente!) per sapere che, nel linguaggio metaforico, l’inizio della “primavera” non ha nulla di convenzionale, ma è associato al risveglio delle coscienze da una fase oscura e oppressiva e alla volontà di rinnovamento e cambiamento dello status quo. Un paio di esempi storici famosi: la serie di proteste e agitazioni che dall’inverno 2010 scuote Medioriente e Africa settentrionale, altresì nota come “primavera araba”; la “Primavera di Praga”, fase di riformismo politico iniziata in Cecoslovacchia quando Dubček salì al potere (5 gennaio del 1968) e soffocata dalla rappresaglia dell’Unione Sovietica.
Da questo esilio volontario americano che sta diventando ormai seconda patria, mi chiedo: ci sarà mai una “Primavera Italiana”? La prossima consultazione elettorale sarà l’ennesima festa comandata per tele-imbonitori e fantocci del potere corporativo o segnerà realmente l’incipit di una stagione di rinnovamento politico? Dai sondaggi più accreditati traspare l’immagine di un parlamento frammentato, senza maggioranze solide e autonome. Del resto, usando un po’ di buon senso, la conclusione non cambia.
Berlusconi prometterebbe di restituirci anche i soldi delle Vivident se avesse già in mano la vittoria? E credete che Bersani farebbe merenda con l’algido professor Sassaroli (Monti) e il decaduto conte Mascetti (Vendola), se sapesse di poter governare al Senato senza alleanze stile “Amici Miei”?
Il Movimento 5 Stelle pare l’unica novità all’orizzonte, ed è un bene entri a Palazzo per scompigliare le carte, ma a un certo punto servirà qualcuno in grado di riordinarle e mi sembra che i 5 Stelle non si fidino di nessuno, paradossalmente nemmeno del loro istrionico e collerico demiurgo. Infine, il quadro appare ancor più frammentato, se costatiamo che la Lega è destinata a franare sotto il peso del Pdl, Giannino è troppo dandy per convincere le casalinghe di Voghera, Ingroia è ancora disorientato dal fuso orario del Guatemala, Storace si sta fumando il cervello di Pannella e Fini, nella sua futuristica visione di una destra androide, sogna “Er Pecora Elettrico”.
Di là dagli aridi dati percentuali che monopolizzeranno i massmedia nelle settimane successive al voto, quello che conterà veramente non sarà tanto l’ampiamente prevista ingovernabilità del Paese ma l’atteggiamento dei cittadini. E non parlo di reazioni estemporanee, come sono state nel recente passato le manifestazioni degli estinti girotondini. Parlo di perseveranza nella partecipazione. Perché finora gli Italiani hanno solo perseverato nel subire pigramente gli eventi, come il personaggio dell’ombrello nelle vignette di Altan, accecati dalle promesse di pagare una tassa in meno domani, salvo poi dover versare il doppio dopodomani; ringalluzziti dalle vittorie calcistiche contro la Germania, per poi sottomettersi mestamente ai diktat teutonici in materia economica; ammansiti dalle interviste alla Vicks-Vaporub di Fazio, in cui tutti sembrano bambini col raffreddore bisognosi del morbido unguento mentolato.
Il voto non deve essere una prassi periodica, come far la fila in posta per pagare le bollette della luce: se il periodo a venire non dimostrerà una reale discontinuità culturale con la storia recente e una volontà di pilotare il cambiamento di questo Paese, il turno elettorale non sarà servito a nulla.
Razionalmente, penso che la “Primavera Italiana” sia ancora lontana. Irrazionalmente, sarei pronto a credere al “pojana” o persino a una nutria di ponte S. Paolo (in mancanza di marmotte) se profetizzassero il contrario.

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