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Basilica, un Sacco bella. Imprenditori, adottatela

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Basilica PalladianaLa Basilica Palladiana vuota dopo la mostra-evento di marca Goldin: e ora? Dovremo aspettare un anno intero per rivederla rianimarsi, e con lei l’intero centro di Vicenza che nei tre mesi di esposizione ha conosciuto una felice pausa dal suo abituale torpore? A Palazzo Trissino gira voce che a settembre, per spezzare la monotonia, i suoi interni ospiteranno un’altra, non meglio identificata mostra, chiaramente più piccola. Ma qui sta il punto: è la logica delle occasioni una tantum, sia pur magari più frequenti, quella adatta a utilizzare al meglio un monumento-contenitore unico al mondo?
Nel 2011, su iniziativa dell’assessore alla cultura Francesca Lazzari (Pd), un professore superesperto di economia culturale, Pierluigi Sacco, era stato chiamato a formulare un piano per dare vita alla restaurata Basilica. L’altro giorno la Nuova Vicenza lo ha risentito dopo due anni di oblio, essendo stato messo da parte senza tanti complimenti perchè a lui è stato preferito, per ragioni più veronesi che vicentine, l’impresario Marco Goldin, che ha allestito il suo media event coi soldi della Fondazione Cariverona (e con quelli, non dimentichiamolo, del Comune vicentino: poco più di 1 milione di euro, anche se per la maggior parte costi che restano all’attivo dell’edificio). La sua opinione, nonostante i 270 mila visitatori che hanno fatto di “Raffaello verso Picasso” la mostra più visitata d’Italia, non è cambiata: secondo lui il modello goldiniano è superato. E soprattutto superabile.
Certo non se ragioniamo in termini puramente quantitativi, stando a quello che Sacco aveva scritto e documentato nel suo studio sulla Basilica. Perchè se si punta soltanto ai grandi numeri, all’effetto spettacolare delle file per comprare i biglietti e al trionfalismo che scema subito dopo l’eccitazione del risultato, allora la classica mega-esposizione, il cui discutibile valore culturale è compensato da un efficace marketing promozionale, può andare benissimo per far incetta di applausi (e di ritorno elettorale per l’amministrazione che ci ha messo il cappello, in questo caso la giunta di centrosinistra di Achille Variati). Ma se l’ottica diventasse trasformare la bacheca palladiana in un luogo vivo trecentosessantacinque giorni all’anno, terminale di iniziative diffuse e continuative emergenti dal territorio e non piovute dall’alto, be’ in questo caso le cose cambiano parecchio.
In estrema sintesi, se abbiamo capito bene il masterplan di Sacco, la Basilica dovrebbe riempirsi di attività a più livelli, squarciando le barriere, i tabù e le limitazioni elitarie, malamente tradizionaliste, banalmente scontate, culturalmente mediocri e finanziariamente paracule che poi portano inesorabilmente alla “solita mostra”, per quanto baciata dal successo (che nessuno nega e di cui siamo contenti, sia chiaro). Il docente, con un budget di 1,6 milioni all’anno, disegna per la Basilica una combinazione di spazi d’arte, design, vetrine per imprese creative, cultura locale, conferenze, commercio, il tutto economicamente sostenuto non più dal finanziamento a pioggia di tipo mecenatistico, ma dal coinvolgimento di privati che avrebbero la possibilità di sfruttare la visibilità e il prestigio della sontuosa location per i propri prodotti, e non soltanto per la propria immagine. Sacco propone di creare una fondazione ad hoc con soci istituzionali (pubblici ma anche le associazioni di categoria, per esempio) a cui affiancare una spa a cui parteciperebbero direttamente gli imprenditori interessati. E fa anche qualche nome: Diesel, Bisazza, Zamperla, Bottega Veneta, Gemmo (l’unica che poi ha dato un suo contributo pagando l’illuminazione, visti anche i buoni rapporti politici fra Variati e la galassia Galan, di cui i Gemmo sono storici sodali).
In un’intervista su questo giornale on line, l’organizzatore culturale Seganfreddo, che sulle “relazioni” con il mondo del business ci ha costruito la sua fortuna, giudica tutt’oggi il piano Sacco integrabile con le mostre-spot di Goldin. Il concetto sarebbe: tolta la muffa d’isolamento, quell’aura di sfiga e mestizia che aleggiava su Vicenza e che il pellegrinaggio da tutto il paese in una Basilica riaperta e rifulgente ha diradato, si può metterci mano creando un tessuto culturale-imprenditoriale-sociale che la faccia pulsare di vicentinità sulla longue durée. Il problema che forse Seganfreddo sottovaluta è il fatto che è piuttosto difficile, per usare un eufemismo, convincere i capitani d’industria di queste parti a vederci un profitto in quella cosa chiamata cultura. Anche se il progetto in questione è proiettato in una dimensione economica (distretto evoluto), anche se ha un impianto sociale in senso lato. L’imprenditore medio, specie di queste parti, è fermo esattamente a quella visione che Sacco considera da rottamare: l’investimento per far bella figura, per bellezza, per adornare il brand aziendale o il blasone personale. Se poi ci aggiungiamo la crisi che imperversa e mette in oggettive difficoltà – benchè per altro verso costituisca l’alibi perfetto, visto che non stiamo parlando di chissà che cifre – e una supina, miope arrendevolezza della politica che ha cestinato Sacco e la sua concezione attivistica e partecipativa, il privato è meglio scordarselo. Il pubblico come sappiamo è in mutande e non ci capisce un’acca (tranne eccezioni, come sempre). Non resta che mamma Cariverona, che però dopo le due doppie mostre goldiniane non potrà essere il bancomat permanente per la Basilica. Che facciamo, industriali vicentini: la adottiamo questa perla di Palladio, o ci limitiamo ad ammirarla, farci un giretto dentro, andare in brodo di giuggiole e poi lasciarla lì a intristirsi, perchè i schei xe schei e un po’ di quadri bastano e avanzano e tanto è sempre colpa degli enti pubblici?

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