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Vicenza Calcio, debiti e crisi: Cassingena jr si difende

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«Posso capire la rabbia e la delusione dei tifosi: di fronte ai risultati di questi anni le critiche ci stanno. Le offese, però, no». A parlare è  Dario Cassingena, amministratore delegato del Vicenza Calcio e figlio dell’ex presidente Sergio. Dopo il passo indietro del padre, è rimasto lui e tenere nel cda di via Schio il nome della famiglia che negli ultimi 9 anni ha segnato, nel bene e nel male, la storia biancorossa. Più nel male che nel bene, almeno a sentire la tifoseria. E a giudicare da bilanci sempre più in rosso.
Il periodo più nero della storia del Vicenza, ci diceva a maggio fa Corrado Ferretto, voce storica delle radiocronache e del tifo biancorosso. E la situazione negli ultimi mesi pare perfino peggiorata. Le accuse, inutile dirlo, vanno puntualmente a cadere contro la società: pochi programmi, pochi investimenti, poca chiarezza anche sulla struttura societaria, nascosta dietro una serie di fiduciarie. «No – ribatte Cassingena Jr – La struttura proprietaria è ben definita. C’è un gruppo di imprenditori che otto anni fa ha deciso di investire nel Vicenza Calcio e ha costituito Finalfa. Tra loro c’è chi, come mio padre, si è esposto; e chi ha preferito non render noto il proprio nome, e questo dal punto di vista legale è un loro diritto». Vero. Ma una società in cui non si conosce chi davvero ci mette i soldi, finisce con l’alimentare le voci più disparate e, alla lunga, con l’indebolire anche la figura del presidente. «Ripeto – continua Cassingena – la proprietà è definita, non è questo il problema. Dove abbiamo sbagliato, casi mai, sono i risultati sportivi».
In effetti la cronaca delle ultime stagioni riporta una sfilza di salvezze all’ultima giornata, due retrocessioni sul campo evitate poi in estate per problemi di altre squadre, e solo un paio di stagioni tranquille. «Due stagioni su otto sono troppo poche – riconosce l’amministratore delegato -. Il nostro progetto, soprattutto nelle prime stagioni, era di costruire qualcosa che potesse portarci ai playoff. Non ci siamo mai riusciti, è vero. Ma nel calcio non puoi mai sapere come va a finire una stagione: a volte basta una palla dentro o fuori per poco per cambiare una partita e magari un campionato. Ci sono stati anni in cui pensavamo di faticare e abbiamo ottenuto risultati insperati, e stagioni in cui pensavamo di essere tranquilli e abbiamo sofferto fino all’ultima giornata».
L’imprevedibilità è il bello del calcio. Ma servono anche strategie, programmazione, investimenti. Tutti elementi che nelle politiche di via Schio in pochi hanno visto. Al contrario, chi segue da vicino la vita biancorossa parla di mercati fatti più con la preoccupazione di fare cassa, di investimenti fatti col contagocce e senza una prospettiva, di un settore giovanile lasciato allo sbando.«Che gli investimenti siano stati pochi può essere vero nelle ultime stagioni, quando la proprietà ha detto che non aveva risorse a disposizione e si è cominciato a parlare di possibile vendita. Prima no: gli investimenti sono stati fatti. Magari abbiamo sbagliato a scegliere i giocatori, ma qui torniamo al discorso di prima sui fattori che influenzano la resa sportiva. Sui giovani, invece, non sono d’accordo, e non solo perché sono stato il responsabile del settore: i risultati delle nostre squadre sono buoni. Gli allievi sono terzi dopo Lazio e Roma, i giovanissimi nazionali sono primi». In prima squadra, però, non si vede un giovane del vivaio da anni. «Quest’anno ci sono due ragazzi della primavera aggregati alla rosa. È chiaro però che con una situazione complicata non li puoi buttare allo sbaraglio».
Capitolo bilanci. Che i conti della società siano in rosso si sa da tempo è noto. Sull’ammontare esatto dei debiti reali sono circolate le cifre più diverse. Un confronto tra il bilancio del 2004, quando Cassingena e soci acquistarono il Vicenza, e quello del 2011, mostra un raddoppio della situazione debitoria, lievitata da circa 8 milioni di euro ad oltre 15. «Il totale dei debiti è quello, ma bisogna sapere leggere le cifre», obietta Cassingena.
Leggiamole allora: debiti verso le banche per 3,2 milioni di euro. «Ecco, questo è l’esempio di un debito che si compensa con i crediti. Sono tutti prestiti che abbiamo ottenuto come anticipo fatture. Quando la fattura viene incassata, la banca recupera i soldi. Dal punto di vista contabile è un debito, ma di fatto il debito non c’è». Poi ci sono i debiti verso altri finanziatori. «Questi sono le risorse che arrivano dalla proprietà. Anche qui, dal punto di vista contabile c’è un debito, ma la proprietà non viene a chiedere i soldi a se stessa. Potrebbero essere un problema in caso di cessione, ma questo sarà oggetto di trattativa».
Restano i debiti con i fornitori (3,7 milioni) e quelli con l’erario (4,8). «Per l’Iva chiederemo la rateizzazione, come previsto dalla legge. Questi sono i debiti reali, le criticità a cui far fronte». Sono anche il segnale di una società a corto di liquidità, come è riconosciuto del resto nella stessa relazione che accompagna il bilancio. «Vero, ma non è un problema solo del Vicenza Calcio. La mancanza di liquidità è il vero problema di tutte le aziende in questo periodo. È una criticità a cui cerchiamo di far fronte: abbiamo ridotto di molto il monte ingaggi, ad esempio, e l’ultimo mercato ci ha portato 3,5 milioni». A peggiorare la situazione, infine, nell’ultimo anno è arrivato anche il crollo delle sponsorizzazioni. « È l’effetto della crisi che ha coinvolto anche molti nostri finanziatori. Chi prima ti dava cinque adesso ti dà due, e chi dava uno non riesce più a sostenerti. Anche perché sono stati aggiunti molti paletti legali e burocratici».
Con una situazione simile, non c’è troppo da stupirsi se le trattative per la vendita faticano a sbloccarsi. Ma l’amministratore delegato minimizza: «No. I problemi ci sono, ma un imprenditore che vuole investire nel calcio sa come leggere un bilancio. Se le cose non sono andate aventi è perché non c’era una reale volontà. E, col senno di poi, direi che non portare a termine certe trattative non è stato un errore».
L’ultima battuta è per i rapporti con la tifoseria, ai minimi storici. Nonostante la società riesca sempre a raccogliere circa 5mila abbonamenti, il distacco tra curva e squadra è palpabile. Troppi risultati deludenti, e troppe stagioni iniziate con sbandierate ambizioni di promozione e finite a ridosso della zona retrocessione. «Se guardiamo ai risultati sportivi, i tifosi hanno tutte le ragioni del mondo. Sul resto, noi avremmo potuto parlare meglio e di più: ma non abbiamo mai nascosto la situazione, né preso in giro nessuno. Dall’altra parte, va detto, non sempre ho visto disponibilità ad ascoltarci», conclude Cassingena.

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