Sara e l’assurdo (della scuola italiana)
Scena verosimile (o vera?) che si verifica ogni giorno in ogni scuola d’Italia. Sara (nome di fantasia) è una studentessa liceale, impegnata insieme ai compagni in un’azione di cooperative learning. Una volta si chiamavano lavori di gruppo. Devono occuparsi del senso di straniamento che prova il Renzo manzoniano una volta giunto a Milano, nel bel mezzo dei tumulti. Sara e i suoi compagni sono entusiasti, hanno pensato di realizzare una sorta di documentario sfruttando le tecnologie multimediali. Interviste, approfondimenti, collegamenti interdisciplinari. Nella scuola del XXI° secolo si può imparare anche così.
Il lavoro però è complesso, le sei lezioni in classe non bastano, e i ragazzi vogliono sfruttare anche il pomeriggio. Con la sua ingenua purezza, Sara chiede all’insegnante: “fino a che ora possiamo restare a scuola, oggi pomeriggio?”. Con consapevole imbarazzo, il docente risponde: “non potete restare a scuola di pomeriggio”. “Perché professore, la scuola è chiusa di pomeriggio?”. “No, la scuola è aperta fino alle 19. Ma voi non potete restare”. L’imbarazzo aumenta. “Nemmeno se c’è anche lei?”. L’imbarazzo diventa vergogna. “No, non posso restare nemmeno io. Le aule non si possono usare. Servono i permessi. Servono le delibere, qualcuno che sorvegli…”. Delusa, Sara chiude con un “ma noi dobbiamo solo studiare”. Ora, sul volto di Sara, c’è l’espressione di chi, più che non capire, è incapace di sintonizzarsi con una realtà che non si vorrebbe comprendere. Perché è assurda. E rappresenta l’assurdo.
Spiegalo tu a Sara che l’organizzazione e la gestione della scuola (non di una scuola, ma della scuola italiana), come molte altre realtà in un’Italia sempre più folle, non è affidata al buon senso ma alla follia di una burocrazia lontana anni luce dalla realtà. Spiegalo tu a Sara che nel mondo degli adulti si parte dal presupposto che non ci si debba fidare piuttosto che fidarsi. Che è più vantaggioso fare come si è sempre fatto piuttosto che cercare di aprire nuove vie. Che una richiesta, quasi sempre, è letta come una nuova rogna, non come un’opportunità.
“Ma noi dobbiamo solo studiare”. Sara, benvenuta nel folle mondo adulto.


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