Raffaello, Picasso e la verità su Vicenza

Barbara Bado, 200millesima visitatrice, fra Marco Goldin (a sinistra) e Achille Variati (foto: www.comune.vicenza.it)
Più di 250 mila visitatori. Chiude in trionfo la mostra pittorica “Raffaello verso Picasso”, in una splendente Basilica Palladiana rimessa a nuovo per il cinquecentenario dell’architetto simbolo di Vicenza. Il mix fra le indubbie doti di marketing dell’organizzatore Marco Goldin, patron di Linea d’Ombra, e la bellezza senza fiato del monumento unico al mondo è stato il segreto del successo.
Goldin ci ha messo, come si dice, il know how. L’uomo è un venditore bravissimo, una vera macchina nel fare di un’esposizione un’operazione commerciale di massa. Si pensi solo alla scelta del titolo che appaia Raffaello e Picasso, due tra i nomi più noti al grande pubblico digiuno di storia dell’arte. Facilissimi da memorizzare, ideali per alimentare il meccanismo promozionale più antico ed efficace del mondo: la creazione dell’evento in cui è d’obbligo recarsi, che genera il passaparola virale. Il battage pubblicitario e il ricco corredo di iniziative collaterali hanno fatto il resto.
Il vantaggio d’immagine e notorietà per Vicenza è innegabile: pellegrini della pittura da tutta Italia e dall’estero, come non succedeva da chissà quanto tempo. Il capoluogo di provincia con alto tasso di provincialismo, che soffre la condizione di periferia, ha provato il brivido rivitalizzante di un’alluvione felice di forésti interessati a lei, al suo gioiello palladiano, ai suoi palazzi, scoprendo il suo essere provincia seminascosta, misconosciuta, sorniona, con il fascino un po’ respingente di una bella signora algida e pudica. Per questo risultato, c’è chi ha provocatoriamente proposto “Goldin sindaco”.
E dopo la fila per visitare il media event dell’anno, molti hanno sciamato per le vie del centro storico ossigenando i grami conti di caffè, ristoranti e negozi: il famoso indotto, prima e grande preoccupazione dei vicentini solidamente ancorati agli schei. Il sindaco, che ha sicuramente – e logicamente, sarebbe stato incomprensibile il contrario – cavalcato la tigre goldiniana pro domo sua, in vista delle elezioni comunali di primavera, promette tre parate così all’anno. Obbiettivo apprezzabilmente ambizioso, anche se bisognerebbe chiarire che i costi per il Comune ci sono (a preventivo quasi un milione di euro, per questa botta di vita), e per moltiplicarli occorre spiegare come finanziarli. Detto questo, bisogna rendere merito a Variati e al suo fido portavoce Bulgarini di aver reso possibile un’occasione di ritrovato orgoglio per la città, complice l’amicone trasversale Flavio Tosi a Verona da cui nasce il gemellaggio goldiniano. A botteghino chiuso, ci sarà modo di stilare un bilancio completo, a cominciare proprio dalle spese.
Riguardo il giudizio artistico, invece, mi unisco a quello, sereno e severo, del nostro Giuliano Menato. Come ha detto il direttore del Piccolo, il vicentinissimo Paolo Possamai, nel dibattito con il concittadino Madron (direttore di Lettera43.it) organizzato da questo giornale on line, la mostra in sé è «un’accozzaglia di bei quadri». Il valore estetico è relativo, per usare un eufemismo. Purtroppo su quasi tutta la stampa il libero esercizio della critica a volte viene bandito, come in questo caso, in cui il confronto fra opinioni divergenti l’abbiamo ospitato in solitaria noi, ad esempio dando voce al massimo palladianista mondiale, Lionello Puppi, e ad uno dei pittori più famosi fuori Vicenza, Roberto Floreani.
Ora si apre la fase del dopo-mostra. Cosa fare per non ripiombare nella noia e nell’oblio? La grandezza quantitativa è una droga: una volta assunta, non c’è altro modo che ripetersi, rilanciare. Sommessamente, suggeriamo tuttavia di pensare una buona volta al tessuto culturale locale: una bella svegliata ci vuole anche lì, contro la sindrome da orticello chiuso dei suoi astanti da una parte, e contro la sostanziale abdicazione della politica a indurli a coordinarsi e fare massa critica, dall’altra.
Infine, c’è l’annoso problema di trasformare i turisti mordi e fuggi, di una o mezza giornata, i cosiddetti escursionisti, in pernottanti, che restano magari due o più giorni. Diciamoci la verità: le meraviglie di Vicenza città in una giornata si vedono senza problemi. Gli albergatori mi malediranno, ma insomma motivi per rimanere a dormire non ce ne sono. Forse mi perdoneranno, però, se dico questo: qualora il Vicentino, l’intera provincia anch’essa ricca di fiori d’arte e storia, si organizzasse come un tour unico, con tappe legate l’una all’altra, promuovendosi come un tutt’uno, una speranza in questo senso sarebbe almeno immaginabile. Ma troppi campanilismi e troppi fannullonismi ostacolano questa ipotesi. Male che vada, almeno si potrebbe collegare in modo più forte e diretto Vicenza e dintorni con gli altri capoluoghi veneti, in itinerari sovraprovinciali se non regionali. Ma oltre a ciò, inutile farsi illusioni e inseguire l’araba fenice, flagellandosi e parlandosi addosso. Vicenza è quella che è: uno scrigno di pochi e invidiabili tesori, con una nomea di provincia profonda (sia lode, mica dobbiamo diventare tutti stressati e psicofarmacizzati milanesi!), che deve continuare l’opera di autopromozione, magari più pensata, senza dimenticare il suo popolo minuto di artisti, personaggi, associazioni, eroi, santi e navigatori.


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