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Il renziano Rigon: Ginato&Sbrollini, compromesso da Prima Repubblica

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Alberto Rigon

Non intende smobilitare come renziano in servizio permanente effettivo, e boccia le parlamentarie del suo partito. Il segretario organizzativo provinciale del ComitatoxRenzi si chiama Alberto Rigon, è consigliere comunale nel suo Comune, Breganze, e la piega che sta prendendo il Pd vicentino non gli piace per niente. Come sente puzza di bruciato intorno alla ripresa dell’indagine sul suo conto per bancarotta semplice a fine novembre scorso. «Ho ricevuto un avviso di garanzia tre anni fa, per il fallimento dell’azienda ho perso la casa, tutto, e ora lavoro come suo dipendente, e la politica non c’entra nulla. Non vedo perchè dovrei dimettermi, visto che non c’è alcun fatto nuovo, a me risulta che l’indagine sia ferma da allora. La cosa strana è che sia partita la gogna mediatica proprio adesso, dopo un anno di mio impegno contro la Pedemontana e mentre ero in prima linea per le primarie per Renzi». Che fa il renziano, tira fuori la teoria berlusconiana del complotto? «No, dico che non c’è nessuna novità sotto il profilo strettamente giudiziario».
La sua lotta, minoritaria nel Pd, per denunciare il project financing della superstrada Pedemontana gli fa venire il dente avvelenato contro l’establishment del partito. «I nostri dirigenti regionali, tranne Puppato e la Fracasso, hanno tenuto un profilo troppo basso. Chiedo ai miei candidati parlamentari: cosa ne pensano del progetto, dei costi, insomma di questa superstrada? Lo sanno che la crisi rende insostenibile pagare persino 2 euro di ingresso? Non voglio un Pd di mediazione, vorrei un Pd di azione». Rigon la vede così, l’immagine ideale del Partito Democratico: che vive di contrapposizioni e rotture, ma per stare assieme. «Come ha fatto Renzi, che è correttissimo: si è battuto duramente e lealmente contro Bersani, ma ora non sta facendo una sua corrente». Forse si sottovaluta che il Pd è nato da pochi anni dalla fusione a freddo fra ex comunisti ed ex sinistra democristiana, coi liberal a fare minoranza di contorno. Senza Renzi a guidare quel 40% di consensi raggiunto al ballottaggio delle primarie nazionali, quell’originaria divisione consociativa finisce per restare inalterata. «Renzi ha sempre detto che sul territorio devono farsi valere ed emergere i gruppi e i leader locali. Lui lancia ogni settimana un messaggio attraverso una mailing list, ma solo chi ha una visione carismatica si sente orfano». E’ la personalizzazione della politica, che Renzi ha incarnato alla grande. In ogni caso una quota di renziani dalle parlamentarie è uscita: una cinquantina di onorevoli e senatori, a quanto pare. Non pochi, ma neanche tanti e tali da essere decisivi. «Nell’attuale parlamento ce ne sono 7-8. Il problema è stato di metodo: invece di fare primarie aperte per i candidati parlamentari», ovvero per tutti i potenziali votanti e non soltanto per coloro che avevano votato al ballottaggio Renzi-Bersani, «tutto il partito, e sottolineo tutto, ha optato per preservare l’unità. Nel Vicentino, si è spinto per l’uscente Daniela Sbrollini e per il segretario provinciale Federico Ginato, che sono persone stimabilissime, ma così si sono scoraggiate le altre candidature». Ogni riferimento ai candidati renziani Filippo Crimì e Meri Ballico non è puramente casuale, sconfitti dallo strapotere del duo Ginato-Sbrollini. «Abbiamo assistito al solito compromesso storico fra l’ultimo rampollo Dc e l’ultima funzionaria Pci. Con la Laugelli che non ha avuto alcuno aiuto e la Sala che è stata una felice sorpresa, il loro accordo per conquistare il seggio è stata una valutazione legittima, per carità, ma che mi vede molto lontano politicamente: nulla di personale verso di loro, non si può far nascere la Terza Repubblica coi metodi della Prima».
Il dissidio con chi comanda il Pd a Vicenza e provincia (Ginato, il presidente di Acque Vicentine Angelo Guzzo, il sindaco del capoluogo Achille Variati, il vicepresidente nazionale dei Giovani, Giacomo Possamai) sta tutto in quel che si diceva all’inizio: «Candidare dei giovani, per esempio un venticinquenne come Crimì che ha portato a casa più di 2 mila voti, serve ad esprimere la necessità che i nostri elettori hanno di essere rappresentati da qualcuno che non sia solo un’emanazione del partito. Loro, invece, hanno l’ossessione che non si creino tensioni». E’ il discorso renziano della rottamazione. Lo stesso che sottoscriveva un Variati, ad esempio. Il verbo va messo al passato: «Sono rimasto molto deluso dall’appoggio di Variati a Ginato e alla Sbrollini. Gli concedo la buona fede, ma non mi piace tutta questa attenzione spasmodica a tenere unito il partito livellando e appiattendo le posizioni. E’ tornato fuori il vecchio democristiano». Appunto, le posizioni. Ai cittadini, alla fine della fiera, interessano le famose “cose concrete”, non le beghe interne. «Giusto, e quindi chiedo a Ginato e alla Sbrollini, così come alla Moretti e alla Filippin che sono nel listino di Bersani: Pedemontana sì o no? Oppure: cosa pensano sulle coppie di fatto?». I renziani a Vicenza romperanno le scatole, quindi? «E’ il regolamento dei bersaniani che dice che i loro comitati si sarebbero sciolti dopo il ballottaggio, non il nostro. Non siamo sabotatori, trasferiamo le esigenze che vengono dalla base e dal territorio in politica». L’ex consigliere provinciale Matteo Quero, renziano anche lui ma ancor più variatiano, si è detto stufo dell’andazzo ed esce dal partito tout court. «A Matteo l’ho scritto in un sms: perchè non dire chiaramente che se n’è andato perchè il partito non lo vuole nella prossima giunta al contrario del sindaco e di Jacopo Bulgarini, e quindi ti candiderai nella lista civica Variati per diventare assessore? Lui ci sarà ancora, nei comitati renziani? Noi continueremo ad esserci».

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