Godere Vicenza (e tornare in Usa)
Nel giorno del suo sessantaseiesimo compleanno, David Bowie ritorna con una canzone struggente, “Where are we now?” (“Dove siamo ora?”), in cui rievoca un lontano passato della propria incarnazione berlinese, tessuto d’immagini in bianco e nero, tra Potzdamer Platz e Nürnberger Strasse. Un pezzo velato di nostalgia, sentimento cui peraltro il Duca Bianco riesce a non soccombere (stando al testo della canzone) grazie all’amore per la vita, per la propria compagna, per il sole, la pioggia, il fuoco. Un Bowie introspettivo, dai toni vagamente francescani (manca solo il riferimento a “Sora luna e le Stelle”!), che lancia un messaggio di disarmante semplicità in questo inizio 2013: concentratevi su ciò che avete di più caro, non su tempi e luoghi andati.
Ascolto Bowie e mi rivedo a Vicenza, pochi giorni fa, avvolto nel cappotto da marinaio, incedere con passo veloce quanto basta per seminare i ladri di tempo (“ciao-beo-come-xea-ciao-tutto-alla-grande”). Sullo sfondo Piazza S. Lorenzo, versione accampamento per gourmet della domenica, l’ex Cinema “Corso”, di cui ormai rimane solo l’antica nomea (il che mi fa pensare all’amaro presente del nostro Vicenza Calcio), Piazza dei Signori, brulicante di gente accorsa per la mostra in Basilica, e Piazza Matteotti, che ho sempre visto più come un punto di passaggio che un vero “luogo” d’incontro (a parte oggi – forse – in cui il “pianista-fuori-posto” funge da polo d’attrazione nella cornice del Teatro Olimpico).
Avrò percorso il centro una quarantina di volte in queste tre settimane di permanenza in Italia, nella mia Vicenza, non per puro gusto estetico, ma per incontrare famigliari, amici, ex-colleghi, in un’incessante corsa contro il tempo per non dimenticare nessuno e, forse inconsciamente, per non farsi dimenticare da nessuno, ora che vivo in Usa. Certe volte la frenesia attenua la percezione del presente, spostando l’attenzione da ciò che stiamo dicendo, facendo e condividendo a quello che ci attende un istante dopo. Se guardo indietro, mi accorgo che alcuni momenti in fondo me li sono goduti meno di quanto mi sarei aspettato, anche se questo deficit va in realtà commisurato al me stesso di oggi, meno propenso alla festa selvaggia e più a suo agio nell’intimità di un pub o di un’osteria.
Il piacere va colto nell’attimo – come diceva Orazio – ma di là dal piacere, di cui il Tempo è comunque avaro, ciò che rimane sono le nostre relazioni con gli altri, che resistono ovunque, quando sono costruite su basi solide e autentiche. Dove siamo, ora? Che importa. Buon anno a tutti.


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