Alte Ceccato, capitale “bangla”. Sognando Londra
Una delle capitali dell’immigrazione dal Bangladesh in Veneto si chiama Alte Ceccato, frazione di Montecchio Maggiore, vera company town venuta su negli anni ’50 intorno alla fabbrica di Pietro Ceccato.
Francesco Della Puppa, 33 anni, è un ricercatore precario di Verona che si divide tra le università di Padova e Venezia. Ha iniziato a studiare la diaspora bangladese nel 2008 per la tesi di dottorato. Ora insieme a Enrico Gelati sta scrivendo un libro dove racconterà come Alte Ceccato a partire dagli anni ’90 sia divenuto uno degli “snodi” della migrazione dal Bangladesh «I dati del 2011 dicono che su 6000 abitanti Alte Ceccato ne ha 2100 di origine immigrata, e di questi almeno 1600 vengono dal Bangladesh – racconta Della Puppa – La comunità bangladese è la seconda comunità dopo gli italiani. Ma gli ultimi aggiornamenti dicono che nel 2012 almeno 100 famiglie se ne sono andate da Alte e dall’Italia».
Sono almeno 400 persone che hanno lasciato famiglia, scuola o lavoro per volare altrove. Dove? «Chi ha la cittadinanza italiana vola a Londra, dove il welfare è percepito come più forte nel caso di perdita del lavoro, e dove la comunità bangladese c’è da più generazioni – spiega Della Puppa – La cittadinanza italiana, da mezzo per ottenere la stabilizzazione in Italia, diventa il perno di una strategia di mobilità in Europa». Passaporto italiano significa libertà di movimento nell’area Schengen. E le nuove generazioni sono attirate dalla metropoli britannica, dove sognano di studiare all’università o lavorare in un ufficio. L’ascesa sociale che ad Alte, dove l’aspirazione massima è un posto in fabbrica, sembra negata.
Lo conferma Khan Saifullah, detto “Shanu”, operaio metalmeccanico di 48 anni, dal 2000 residente ad Alte. Ha fondato l’associazione culturale Shako, che dal 2007 al 2010 ha stampato un mensile bilingue, bengalese e italiano, e organizzato corsi di lingua bangladese per i bambini di seconda generazione. «Tanti di noi prendono la cittadinanza per scappare» esordisca mentre sorseggiamo un caffè al bar “Casa del dolce”, che tutti chiamano “Bangla bar”, gestito da una famiglia bangladese a pochi passi da piazza San Paolo. L’arredamento è quello classico del bar italiano anni ’80, ma alla tivù girano immagini di video musicali “bangla”.
Shanu racconta come Alte sia diventata la piccola capitale veneta dei migranti del suo paese. «Fra il 2003 e il 2004 sono arrivati in tantissimi. C’è stato un fiorire di associazioni, attività politiche e culturali, negozi presi in gestione. Tre anni fa con la nuova giunta di Milena Cecchetto è cambiato tutto: il Comune non ha più dato i permessi per le feste in piazza, le ordinanze sull’idoneità di alloggio ci hanno danneggiato, anche se è una battaglia che abbiamo vinto, con tante manifestazioni e con un ricorso legale. Da due anni, anche per la crisi, le associazioni si sono spente, e la gente ha molta paura. Paura di perdere il posto di lavoro in fabbrica, e di non poter dare un futuro migliore ai propri figli. Per questo tanti stanno scappando in Inghilterra, molti addirittura si licenziano per andare via. In Inghilterra se perdi il lavoro lo Stato ti aiuta a pagare l’affitto, qui in Italia no, e poi noi sappiamo bene l’inglese».
Ma Shanu è combattuto: non vuole abbandonare questo luogo che ha contribuito a costruire. «Ho chiesto la cittadinanza, ho lavorato, ho dato tanto al Comune, ho cercato di costruire un ambiente migliore per i miei figli, ma purtroppo non ho ottenuto niente indietro. Tanti amici dei miei figli adesso sono a Londra, e loro li sentono via Facebook. A volte vorrebbero andarsene anche loro, ma in fondo gli dispiacerebbe. Sono confusi».
Il destino di Alte Ceccato sembra essere, ciclicamente, quello di accogliere ondate migratorie per poi svuotarsi. «I primi immigrati dal Bangladesh sono arrivati nei primi anni ’90 – spiega Della Puppa – Da Roma, dove c’era una forte comunità, tanti hanno raggiunto il nord est in pieno boom economico. Gli snodi della diaspora sono Monfalcone, Mestre e Marghera, la Valle del Chiampo, oltre naturalmente a Milano. Alte Ceccato veniva già da una storia di emigrazione, quella degli operai meridionali che lavoravano per la fabbrica che dà il nome al paese. Poi, quando questa ha chiuso, anche loro se ne sono andati, facendo crollare il costo delle case. Così i bangladesi hanno trovato case a basso prezzo».
Il primo nucleo si formò ad Arzignano, uomini celibi o che avevano lasciato in Bangladesh la famiglia, e vivevano in case sovraffollate. «Poi si sono stabilizzati, si sono riannodate le reti migratorie con il ricongiungimento familiare e l’arrivo di conoscenti e compaesani – continua il ricercatore – Da migrazione da lavoro si è trasformata in migrazione “di popolamento”: i nuovi abitanti cercavano scuole, supermercati, case spaziose e servizi. Perciò da Arzignano si sono spostati ad Alte: qui le case non mancano, il paese è ben collegato con il casello dell’autostrada, poco distante da Vicenza e la sua Questura, importante per la burocrazia legata ai permessi di soggiorno».
Il ruolo della politica è stato improntato all’opportunismo. «La Lega ha strumentalizzato la presenza degli immigrati – spiega Della Puppa – Prima togliendo le panchine dai luoghi frequentati la sera dalla comunità bangla, come via della Stazione. Poi con ordinanze punitive come quella che ha ristretto i termini per l’idoneità di alloggio e che un paio d’anni fa è stata annullata dal tribunale di Vicenza. Ma anche la precedente giunta di centrosinistra guidata da Maurizio Scalabrin colpì gli immigrati per fini politici. Avviò il progetto “Montecchio si cura” che da una parte puntava sull’integrazione con corsi per donne e giovani e progetti di accoglienza, ma dall’altra era molto duro sul versante della repressione. Controlli e perquisizioni all’alba nelle case degli immigrati, per controllare condizioni abitative e documenti, erano la norma. Mentre molti dei progetti sul lato dell’accoglienza non furono mai finanziati».
Un rapporto ambiguo che ha investito anche le associazioni “nazionali”. «Le associazioni spesso ricalcano i partiti esistenti in Bangladesh – spiega Della Puppa – Ognuna si è legata ad una struttura italiana: per esempio la Uil ha iniziato ad appoggiare un’associazione spingendo i suoi aderenti a prendere la tessera del sindacato. Questa sponda istituzionale ha fatto sì che gli aderenti all’associazione si sentissero più legittimati dell’altra, e questo ha portato a tensioni che sono sfociate in rivalità e conflitti, fino ad episodi di risse in piazza». Il conflitto fra le associazioni non è una dinamica solo simbolica ma ha alle spalle interessi materiali: «Le associazioni raccolgono soldi per i connazionali in difficoltà, utilizzano degli appartamenti per avere un letto in caso di emergenza, possono privilegiare un negozio piuttosto che un altro dove fare la spesa. Insomma hanno un potere consistente all’interno della comunità». Ma da un paio d’anni, a causa della crisi economica, anche l’attività associativa è ai minimi storici.
«I politici ci usano per le loro strategie – conferma Shanu – Nessuno pensa ai nostri interessi, per esempio ai problemi nelle scuole. Gli italiani tolgono i figli per spostarli nelle scuole di Montecchio, così i nostri bambini non imparano l’italiano. Alla scuola Collodi in una classe ci sono 2 italiani su 25 bambini. Per non parlare del costo della mensa: costa più di 4 euro al giorno, per chi ha perso il lavoro sono troppi soldi, e il Comune non ci aiuta. Così quasi nessuno lascia i figli a scuola il pomeriggio».
C’è una foto che ha fatto il giro del web. Ritrae un muro con una scritta spray: “Immigrati, per favore non lasciateci soli con gli italiani”. Un appello paradossale che si potrebbe rivolgere ai bangladesi di Alte Ceccato. Che, per loro fortuna, avranno tutto il diritto di non ascoltarlo.




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