Giovani, spodestate i vecchi!
Questa generazione di anziani non ha nulla da insegnare ai giovani, poiché non è in grado di interpretare l’attualità. Vive ostinandosi ad utilizzare categorie ottocentesche, figlie del progressismo e dell’illuminismo, ma ormai vecchie zitelle. Erano già sorpassate quarant’anni fa. (Nessuno ha mai voglia di leggere Heidegger, chissà perché?). Ma qui in Veneto, all’epoca, la gente era troppo impegnata a lavorare, in un periodo che è stato di crescita sino a qualche lustro fa, per creare una classe imprenditoriale, laddove invece nel dopoguerra stavano tutti perlopiù zappando la terra. E quindi lavorare, lavorare e lavorare. Prima fare, poi pensare. Un fare che ci ha portato dritti dritti dove siamo ora: proviamo a chiedere a qualche venticinquenne se è contento dell’eredità che gli è stata lasciata, o se non preferisce andarsene all’estero, magari dove la gente prima pensa e poi fa. (E dove per pensare si chiede a chi ha studiato, al contrario di qui, e per fare a chi è più bravo, e non al proprio favorito).
Almeno gli anziani di qualche anno addietro potevano dire di aver fatto la guerra; ormai sono rimasti in pochi, e in ogni caso non sono più loro a poter incidere nella società perché la figura del vecchio saggio è stata sostituita, grazie all’avvento della tecnologia, da quella del vecchio rincoglionito. Ecco a voi l’anziano al giorno d’oggi: il Papa su Twitter, che smanetta al computer con quelli attorno che gli spiegano cos’è un’icona. Signore, pietà.
In periodo di crisi si è giovani almeno sino al mezzo del cammin di nostra vita (per Dante, 35 anni; un po’ meno se vivi a Taranto) e i giovani faticano per trovare un lavoro. Spesso umiliano il loro intero curriculum, a costo di avere un’occupazione. Le tipologie contrattuali, architettate da illustri genii della politica, raramente aiutano, e se lo fanno si stancano subito. Ma tranquilli, arriva il suggerimento del vecchio imprenditore di successo: «Il segreto? Lavorare di più». E noi, fessi, che non ci avevamo pensato. Ci illudevamo che prima o dopo anche in Cina avrebbero avuto i loro bei sindacati e i diritti per i lavoratori, invece la globalizzazione ha deciso che avrebbe fatto molto prima a far lavorare noi di più (e questo è il danno), anzi no, perché lavoro non ce n’è (ed ecco la beffa).
Ma ci sono imprenditori e politici di sessanta, settant’anni che propugnano ancora il caro, vecchio e fasullo sogno americano: bisogna avere fiducia! Non so voi, ma io non ho alcuna fiducia di gente che ha contribuito attivamente a plasmare l’Italia per ridurla com’è oggi: una mediocrazia incolta dove gestire milioni di schiavi salariati per poter in tempi di vacche grasse (ma in fondo anche se son magroline, chissenefrega) rubare come se non ci fosse un domani. Che infatti non c’è, ovvio: l’hanno ucciso loro.
Si potrebbe concludere invitando la classe politico-imprenditoriale a smetterla di bullarsi alle conferenze invitando tutti noi a seguire dettami veteroilluministi già falliti da mezzo secolo, augurandoci che prima di improvvisarsi professori ci si doti di un’adeguata cultura tramite lo studio, ma sarebbe un errore. Quello non è il loro mestiere. Semplicemente, politici e imprenditori devono essere esautorati dal ruolo che si sono arrogati senza chiedere il permesso a nessuno (e che non sono minimamente preparati a compiere), ovvero quello di dettare le categorie morali alla società. Compito delle nuove generazioni è quello di toglier loro, se necessario anche con la forza, i mezzi e gli strumenti per farlo. Ma non accadrà. Perché prima bisogna stare materialmente male, e dopo sarà troppo tardi.


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