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Antonacci, sette anni vissuti paurosamente

Il Don Abbondio interpretato da Alberto Sordi

«Molte cose dovevano accadere, molti più eventi, catastrofi, prove di quanto solitamente tocchi ad una singola generazione, prima che trovassi il coraggio di un libro che ha il mio io protagonista, o per meglio dire quale centro». Così scriveva nel 1942 Stefan Zweig nella prefazione a Il mondo di ieri, nonostante avesse vissuto il crollo dell’impero asburgico, la Grande Guerra, il fascismo, il nazismo e i primi tre anni della Seconda Guerra Mondiale. A Giulio Antonacci è bastato invece perdere il posto di direttore del Giornale di Vicenza nel 2009 per dare alle stampe un libro uscito di recente, 2550. Duemilacinquecentocinquanta giorni come direttore di un giornale quotidiano nelle acque “chete” di una provincia del Nordest (La Serenissima, 18 euro), in cui si descrive come un perseguitato, una vittima, un agnello sacrificale.
Premessa: sul conto di Antonacci devo riconoscere di essermi sbagliato, in passato. Lo giudicavo un classico ipocrita, uno di quei baciapile double-face su cui, andreottianamente, a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca. Non è così. Intendiamoci: Giulio è un pretone, un clericale che ha fatto il liceo classico in seminario nella sua Puglia, che è andato a scuola di giornalismo all’istituto Rezzara, nato professionalmente alla Voce dei Berici, un democristiano che, dopo un’esperienza in circoscrizione a Villaggio del Sole, abbandonò ogni interesse politico perchè glielo “consigliò” il vescovo Onisto in seguito alle lamentele del partito per una sua inchiesta temerariamente intitolata “Appenderei ai lampioni chi ha permesso di costruire questi casermoni vicino al carcere”. Indimenticabili sono le sue editorialesse oscenamente lunghe, sermoni domenicali in cui, dal pulpito della prima pagina, affastellava buoni sentimenti e severi moniti, bastonate e pie intenzioni, con una prosa sussiegosa, noiosa, a volte misticheggiante («Esiste un modo di fare politica che discende dal Dio geometrico di Pitagora e Platone, dalla trinità che esiste in ogni dottrina religiosa della Volontà-Potere, dell’Amore-Saggezza e dell’Intelligenza Attiva…», GdV 20 aprile 2008).
Ma dopo aver letto questa sua opera prima, devo ricredermi: è evidente che Antonacci crede a quello che dice. E’ come un puer ciecamente convinto che la realtà come la vede lui sia l’unica e la sola realtà, e guai a metterla in dubbio o provare a contestargli la buona fede: la prende sul personale, si sente ferito intimamente, poichè una critica, sia pur dura, indirizzata a lui non è una semplice critica: è un’offesa. Anzi, secondo un’espressione che rivela il suo carattere: una «cattiveria». Molto meridionale e nel contempo molto vicentino in questo, arriva a teorizzare che il giornalone è attaccato «quasi sempre a causa della simpatia o dell’antipatia che il direttore o qualcuno dei suoi giornalisti potevano suscitare per ragioni anche diverse da quelle strettamente professionali». Chi si azzarda a criticare la maestà di quello che è un normale giornale di provincia, per Giulio dev’essere obbligatoriamente mosso da paturnie, invidie o motivazioni tutte sue verso chi lo dirige o chi vi scrive. Come se non potesse ammettersi, neanche per ipotesi, il caso del dissenziente per ragioni puramente intellettuali o politiche. No, per Antonacci tutto è una faccenda di Tizio contro Caio («perchè ce l’ha con me?», pare che chieda in giro di chi non riesce a volergli bene). Un’idea del pubblico dibattito condominiale, familistica, da camarilla. Da parroco di paese.
Leggendo questa autobiografia lavorativa si capisce benissimo che, se non serve a perpetrare una «vendetta per vecchi rancori», come spiega in chiusura l’editore Alberto Brazzale, certamente ha assolto alla funzione di far sfogare all’ex direttore tutta l’«amarezza» che lo tormentò al momento del benservito,secondo quanto scrisse nell’editoriale di addio il 20 novembre 2009, e soprattutto dopo, quando la sostanziosa liquidazione e la presidenza locale del sindacato giornalisti non gli sono bastati a lenire la frustrazione dell’astinenza. Un’elaborazione del lutto durata tre anni, con lui che scrive, riscrive, maneggia e rimaneggia il testo fino a lasciare nel cassetto una prima versione perchè, come ha chiarito alla presentazione pubblica il 14 dicembre scorso, «qualcuno» aveva «minacciato» di controbattere a certe sue ricostruzioni. Si riferiva ad un nostro articolo (qui il link). Niente di tremendo, ma Giulio ha in orrore i duelli, rifugge gli scontri, si sente pecora in mezzo ai lupi. Perciò, per ammissione sua e dell’editore, il manoscritto è stato «ammorbidito», emendato di parti che potevano generare problemi.
Il libro fa notizia perchè racconta uno spaccato di vita vicentina ai piani alti del potere economico, politico e mediatico. E perchè è l’autoritratto di una persona che ha guidato per sette anni e mezzo il giornale «monopolista» di Vicenza (Antonacci lo definisce così, con realismo ma anche con orgoglio, non passandogli per la mente che i monopoli, in una democrazia liberale, rappresentano per definizione una stortura, non una cosa di cui andar fieri). Il tono è comprensibilmente ma esageratamente celebrativo. Il suo Gdv è stato «il più bel giornale del mondo», niente meno che «il migliore e più onesto che si potesse realizzare», «una voce autorevole», addirittura, tenetevi forte, «una delle sette meraviglie del nostro piccolo mondo antico, dopo Palladio, Monte Berico, lo Stadio Menti, Campo Marzio, Paolo Rossi, la Coppa Italia e il baccalà». Quanto a lui, la modestia non è il suo forte: «posso riconoscere di essere stato considerato un direttore “scomodo”», il giornale sotto la sua direzione ha dimostrato «esperienza, equidistanza, rigore», e di un fatto si può star sicuri: «la più bella battaglia vinta è stata quella di perseguire la via dell’onestà intellettuale».
Ma le pagine più interessanti sanguinano di dolore: la sofferenza di un Cristo ingiustamente crocifisso, un giornalista che si limitava a fare il proprio mestiere, «capro espiatorio» di una guerra per bande tutta interna all’Associazione Industriali berica comproprietaria, assieme alla sorella veronese, dell’editrice Athesis. Antonacci narra la lotta che, a partire dal dissidio mortale fra il bancario Zonin e gli acciaieri-finanzieri Amenduni passando per le ambizioni di Massimo Calearo fino alla presidenza di Roberto Zuccato nel 2008, ha avuto come epicentro il quotidiano di viale Fermi. Il dettaglio non trascurabile, che Giulio bellamente trascura, è che il direttore di quest’ultimo non è direttore solo perchè bravo o magari simpatico, ma evidentemente e indubitabilmente perchè è gradito alla proprietà, ovvero a chi nel dato periodo la impersona. Lui invece non si spiega il motivo per cui Zuccato, dapprima, stando alla sua versione, lo sottopone a «pressioni» tempestandolo di telefonate delle quali fornisce dettagliato elenco con tanto di giorno ora e minuto, ordinandogli di intervistare quello e non intervistare quell’altro, considerandolo «un uomo di Michele Amenduni» (all’epoca delegato alla comunicazione di Assindustria); e poi, col voto per altro favorevole del consiglio di amministrazione di Athesis, lo sostituisce con Ario Gervasutti, licenziandolo – che empietà – sei giorni prima di Natale. Non si capacita che Zuccato potesse, semplicemente, avere in uggia la sua conduzione, il suo modo di far giornalismo, le sue amicizie. Antonacci scrive di essere amico di Michele Amenduni così come di Roberto Candussi, notoriamente vicinissimo all’altro grande potente Gaetano Ingui, il costruttore che è stato fatto uscire da Zuccato dal cda di Athesis perchè suoi avversari in associazione. Ora, è un fatto che con Zuccato e col suo successore Pippo Zigliotto la situazione a Palazzo Bonin Longare si sia pacificata. Segno che la maggioranza degli imprenditori sta con il nuovo blocco di potere che per semplicità possiamo identificare con una buona fetta della base, più Zonin. Il che ci dice che la cordata al comando in precedenza, Amenduni-Ingui, non era più amata. Può piacere o non piacere, ma una conseguente rimozione da parte dei nuovi timonieri di chi non gode della loro fiducia non è un atto di malanimo: è fisiologico. E poi, domando: ammesso e non concesso che quegli ordini telefonici gli siano stati impartiti, perentori e asfissianti come maniacalmente li trascrive lui, perchè allora non si dimise, come avrebbe fatto un direttore che tiene alla dignità e all’indipendenza?
Antonacci, al contrario, resiste sulla poltrona. Vivendo la disistima dell’editore come un deliberato tentativo di rendergli l’esistenza un calvario, la sua scrivania un Golgota, il telefono una tortura quotidiana. Nel libro non fa che «soffrire», e la parola che tocca la top ten è «tormento». E’ riuscito a dirigere il GdV nonostante «tormenti, paura, difficoltà». Giura di «aver sofferto nel profondo quando qualche lettore o giornalista ha visto in qualche mia decisione un fine recondito». Quando in redazione arriva la notizia che il suo «amico» Matteo Quero, nel 2008 assessore nella giunta Variati, è incappato nella storiaccia del mancato controllo anti-alcol, «soffre molto» («Lo avevo creato, lo distruggevo», dice sprezzante di Quero). Con Zuccato al timone di Assindustria diventò, «all’improvviso», il «figlio di un dio minore», e fu l’inizio di «tormenti dell’anima e male fisico, fra giorni fitti di timori e qualche notte insonne, inquietudini, cadute di umore e brevi resurrezioni», nell’intenzione di indurlo, udite udite, ad un «suicidio pilotato», facendolo perdere in un «piccolo labirinto di sofferenza». Un uomo sull’orlo di una crisi di nervi, su cui posare uno sguardo pietoso: «c’era solo da alzare lo scudo per difendermi dalla morte dell’anima, con la testa che rischiava di scoppiare».
L’altra maledizione di Giulio è la paura. E’ un’umanissima tremarella che lo assale e di cui, bisogna dargli atto, non manca di dare pubblica testimonianza. A volte è dissimulazione, come quando viene assiso alla direzione per tre mesi fra Bacialli e Riva, nel 2001: «Perchè proprio io? Ero uno degli ultimi arrivati. Di industriali ne conoscevo pochi… Direttore del Giornale di Vicenza per tre mesi! Mille pensieri affollarono la mai mente. Paura. Timore. I tormenti mi assalirono immediatamente… La notte fu lunghissima» (era al giornale, assunto da Mino Allione, dal 1988). Quando gli viene detto che forse resterà direttore (dovrà aspettare un anno), viene colto da «tanta agitazione». Quando la Lega Nord faceva chiasso, ma solo quello, straparlando di secessione, il pugliese trapiantato a Vicenza la prese con l’abituale calma olimpica: «confesso che in quegli anni ebbi paura per me e per la mia famiglia». Quando l’allora presidente degli industriali Calearo si agita per diventare presidente della Camera di Commercio, sul suo diario scrive: «Comincio ad avere paura». Ma paura non ne ha allorchè – è sempre lui a raccontarlo – taglia ed edulcora un comunicato di Calearo assieme a Michele Amenduni, quando fa sparire per un po’ la firma di Bruno Vespa reo di aver ospitato un Calearo che nel suo salotto aveva chiamato il GdV, obbiettivamente con poco gusto, «un giornaletto piccolo piccolo». Non ne prova quando nel 2005 intervista lui in prima persona Maurizio Borra, naturalmente un suo amico, avvocato di Ingui, che provoca la caduta di Maurizio Franzina dall’assessorato all’urbanistica nella giunta Hullweck, giocando quindi una parte diretta nel riequilibrio di interessi immobiliari contrapposti. Non ha timore alcuno nel maltrattare i poteri deboli, per esempio il comitato anti-abusi che si permette di puntare il dito contro l’impero di Ingui, o nel dirigere l’occhio di Sauron sull’ospedale unico di Santorso o sullo strapotere della Sartori nelle nomine Asl solo ad un certo momento, fatalità quando Galan aggredisce il giornale, venendo dopo inchieste altrui prima altezzosamente ignorate. O ancora, nel 2008, quando non fece scrivere mezza riga sul pericoloso retroscena della sua campagna contro l’ex cda Aim di centrodestra: il “piano Borra”, che avrebbe di fatto privatizzato il settore gas di Aim a favore di una cordata capeggiata dagli Amenduni. E potrei continuare.
Come non è per nulla impaurito, ovviamente, nel sorvolare su tutte le beghe, le zuffe, le liti dell’associazione proprietaria del giornale e gli imbarazzi dei suoi maggiori esponenti (fatto salvo, ricorda, quando diede la notizia che anche gli Amenduni erano  nella lista di chi aveva riparato i capitali in Lichtenstein: bella forza, era talmente grossa e a caratteri cubitali sull’intera stampa nazionale!), trincerandosi dietro la ridicola scusa che «per ragioni di opportunità» anche lui si è «adeguato» al tradizionale divieto di parlarne osservato dai suoi predecessori. Ma va là: a casa nostra questa si chiama paura, di evitare grane e magari rimetterci la posizione.
Alla fine, però, l’ha persa. E in questa arringa difensiva di 446 pagine, ricolma di strazio e nostalgia (“Arrivederci Giornale…”, scrive in un finale strappalacrime voltandosi indietro a rimirarlo), impreziosita dai saluti encomiastici dei suoi fan (il vescovo emerito Pietro Nonis, «catechista dei poteri forti», o l’ex sindaco Giorgio Sala, che in un émpito di involontaria satira sostiene che il proponimento di Antonacci è stato di “essere con tutti” e “stare con nessuno”: un vero modello), punteggiata di pensieri alati («il Dubbio… è stato il compagno più caro negli anni della mia direzione… mi ha suggerito cosa fare quando la mia coscienza piangeva inquietudine»), non priva di precisi attacchi (a Variati colpevole di aver scaricato il suo carissimo Ubaldo Alifuoco per compiacere Zuccato, alla Dal Lago che nel 2008 avrebbe vinto le elezioni comunali, a Vittorio Mincato, un «grande e famoso ragioniere estraneo alla realtà socio-istituzionale» di Vicenza che per la «maggior parte dei vicentini» avrebbe «ingessato» la Camera di Commercio), in questa concione ciceroniana colpiscono due passi che ci fanno apprezzare davvero, detto senza sarcasmo, questo ex direttore del Giornale di Vicenza oggi in disgrazia – alla presentazione ci saranno state sì e no 40 persone, età media da geriatria, nessun notabile di peso – che ce lo mostrano nella luce ingenua di modesto Candide destituito da ogni autoironia e perciò a suo modo sincero (sintomatica, e inquietante, questa sua sentenza: «Dare onestà e ricevere affetto»). C’è il brano, sei pagine, in cui approfondisce il suo rapporto con il “Patriarca” Nicola Amenduni, riportando il toccante incontro del conterraneo patron della Valbruna con padre Pio, e l’aneddoto dei due carabinieri. Un giorno, a Padova, si ritrova in compagnia di un colonnello e di un tenente colonello dell’Arma in alta uniforme, insieme passeggiano per il centro. I due si accorgono, fra il serio e il faceto, del «tormento» interiore – e ti pareva – di Antonacci, a disagio in mezzo ai due militari, pensieroso su cosa potesse immaginare la gente. Ma poi è felice: «me la sono goduta», a mostrarsi coi due ufficialoni scintillanti in divisa. Povero Giulio.

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