Mostra di Goldin: Floreani la salva, Puppi la boccia. E sfida la Lazzari

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Lionello Puppi, Marco Goldin, Roberto Floreani

Per uno è «una serie di capolavori prelevati in giro per il mondo e accostati sulla base degli umori del curatore, senza alcun valore culturale», per l’altro è «una scelta di coraggio, di una Vicenza che finalmente pensa in grande». Parliamo di “Raffaello verso Picasso”, la mostra curata da Marco Goldin di “Linea d’Ombra” che ha aperto i battenti nella Basilica Palladiana, fra grancasse mediatiche, grandi numeri e malcelati scetticismi negli ambienti della cultura «alta». I pareri sono di due autorevoli personaggi del mondo della cultura. Il primo è Lionello Puppi, 81 anni, storico dell’arte e professore emerito a Cà Foscari di Venezia, considerato tra i massimi studioso del Palladio. Il secondo è Roberto Floreani, 56 anni, pittore affermato e già curatore delle mostre in Basilica sotto l’amministrazione Hüllweck. Che il match abbia inizio.
«Non è che non mi piace la mostra: è che se parliamo di una mostra d’arte credo che questa dovrebbe avere delle motivazioni di carattere culturale, un suo significato, un retroterra di studio e di ricerca che significa una novità di proposte». Così argomenta Puppi, di cui già in luglio questo giornale aveva pubblicato dichiarazioni di dura critica al progetto di Goldin. «Qui parliamo di mettere insieme sulla base degli umori di un curatore una serie di capolavori prelevati in giro per il mondo – prosegue lo studioso – Umori di un personaggio di cultura mediocre e senza lungimiranza dal punto di vista culturale, e che invece ne ha molta dal punto di vista economico. Goldin è un imbonitore, un promotore di se stesso. Ma io non ce l’ho con lui, che forse era un aspirante poeta frustrato, a leggere il suo linguaggio retorico e insopportabile: lui fa i suoi affari benissimo, tanto di cappello. Non mi indigna Goldin, mi indigna un sindaco e un’assessore alla cultura che hanno visto un progetto che io non avrei passato come compitino di accesso all’università». La Basilica secondo Puppi meritava altro: «Il Comune è implicato nel momento in cui mette a disposizione uno spazio nobilissimo, restaurato, certo, da una illuminata operazione della Fondazione Cariverona, e dovrebbe ospitarci cose di valore culturale».
Prima obiezione: ma davvero la mostra “pop” di Goldin è peggio di tante altre che ci vengono propinate a ciclo continuo? «Ce ne sono di mostre deludenti, per esempio non mi è piaciuta l’impostazione di “Tiziano mai visto” ora alle gallerie dell’Accademia di Venezia – risponde Puppi – Ci sono infatti molti dubbi che quel quadro sia un Tiziano. Ma comunque fra le due operazioni c’è un abisso: lì almeno si è creato un dibattito, un ragionamento, una novità. Una mostra che fa muovere decine di opere con rischi e costi annessi non dev’essere un semplice richiamo da allodole per un pubblico che poi si va a sbronzare nelle osterie per fare indotto economico».
Seconda obiezione: la mostra dà una possibilità unica, a migliaia di poveri cristi, di vedere dei capolavori universali. «Siamo nell’era digitale, l’aura dell’opera d’arte era già finita all’epoca in cui Walter Benjamin scrisse “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, nel 1936 – ribatte battagliero Puppi – Dal monitor del nostro computer possiamo goderci tutti i capolavori del mondo, senza la fretta e le costrizioni di una grande mostra, magari leggendo insieme un libro che ce le spiega».
Poi Puppi spariglia: coi 4 milioni spesi per la mostra avrebbe fatto altro. «Avrei dato decine di borse di studio a giovani ricercatori italiani, che ora sono costretti a emigrare da un paese che disprezza la ricerca e la cultura – rilancia – anziché darli ad un avventuriero come Goldin. Facciamo una mostra che spieghi la grande tradizione pre-palladiana, per esempio, facciamo ricerca, capiamo come si è arrivati a Palladio. Diamo fiducia ai giovani, e facciamo cose che abbiano un senso, che tornino a far ragionare la gente». Ma lo studioso torna al punto, le scelte politiche. E lancia un guanto di sfida alla giunta berica: «Vorrei parlare pubblicamente con l’assessore alla cultura del Comune di Vicenza, confrontarci sui motivi di questa scelta». La Lazzari, almeno con Puppi, parlerà? Siamo disposti a organizzare il dibattito.
Roberto Floreani parte da un approccio diverso. «La mostra in sé è una mostra-evento, Goldin non ha mai detto di fare operazioni di altissimo tenore culturale – spiega il pittore e curatore – Goldin è anche un mio amico e ho lavorato con lui, ma tento di mantenere la massima oggettività. Le sue mostre bisogna giudicarle ex post, perché hanno l’obiettivo di dare visibilità alla città. Riparliamone fra sei mesi: se Vicenza avrà ottenuto forte visibilità, avrà raggiunto l’obiettivo. È evidente che i numeri non sono direttamente proporzionali alla qualità culturale, ma questo vale per tutto: nessuno si sogna di dire che Faletti è meglio di Joyce, eppure il primo ha milioni di lettori più del secondo».
Il ragionamento prosegue sottolineando il ruolo chiave giocato dalla comunicazione: «Da settimane ci bombardano con il numero dei biglietti venduti: 20mila, 80mila… Non hanno certo sbandierato una lettera di un premio Nobel che assegna alla mostra un valore unico. Lo scopo infatti è fare grandi numeri, e se questi arriveranno, beh, chapeau. Anche la polemica contro gli albergatori innescata da Goldin – annota con un po’ di malizia Floreani – è funzionale al suo gioco: in fondo è un modo per tenere alta l’attenzione da una parte, e per mettere le mani avanti in caso di fallimento dall’altra». Una tattica alla Mourinho, verrebbe da dire: sempre all’attacco e con la sindrome di accerchiamento per tenere i fari puntati.
Sì, ma la cultura, quella che ci dovrebbe aiutare a comprendere il mondo e noi stessi, che fine fa? «Diciamocelo, questo tipo di mostre generaliste sono progetti di promozione territoriale, e di solito si innescano su aree non particolarmente sofisticate» spiega Floreani, forse con un piccolo eufemismo. «Qui non ci sono particolari ambizioni curatoriali, ma una sequenza di opere molto importanti. La mostra deve essere di ampio consenso, non per specialisti» continua il curatore, elencando le città che negli anni passati sono state toccate dal ciclone-Goldin: «Treviso, Brescia, Genova, Rimini. Tutte città che erano sonnolente dal punto di vista culturale, e che dopo le sue mostre in qualche modo si sono attivate».
Per Floreani quel che conta è l’effetto-scossa. «In altre zone, per esempio a Forlì, si fanno mostre altamente selettive e che vanno anche bene al botteghino – spiega il pittore – Ma Vicenza, sinceramente, non l’ho mai vista ricettiva per le mostre di grande qualità. E’ sempre andata così. Potrei parlare due ore sulle controindicazioni di questa impostazione, ma in questo momento sarebbe sbagliato. E’ come dire a una persona che va a fare fitness, e che lo fa perché lo fa stare bene: “perché non leggi un libro di filosofia?”. La domanda non ha senso. Semplicemente, è un’altra cosa». Su un punto Puppi e Floreani sembrano concordare: più che di cultura, si deve parlare di marketing.

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5 Commenti a "Mostra di Goldin: Floreani la salva, Puppi la boccia. E sfida la Lazzari"

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