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Sicurezza, reprimere non basta. Bisogna socializzare

Vicenza non è una città insicura. E’ una città insulsa. Il che è molto diverso. Una città nella quale le amministrazioni di destra non riescono ad essere davvero xenofobe e quelle di sinistra completamente terzomondiste. A Vicenza l’emigrazione ha sempre dato fastidio, ma non troppo. Il vero vicentino non c’è più. C’è il meticcio, uguale a tutte le latitudini, non fosse che per l’idioma differente. Ma è un dettaglio. Il vicentino non ha paura del diverso. Il suo razzismo è greve, bifolco, da caserma. Il moro, lo sciavo o il singano, così come il cueaton o la roia, sono figure indispensabili, come il coro nella tragedia greca. La loro presenza dà un senso e una ragione all’esistenza sociale dell’onesto padre di famiglia, del bravo orafo, dell’ingegnoso meccanico o dell’infaticabile conciario. Hanno ragione di esistere, ma non devono rompere i maroni.
Vicenza è ancora una città vivibile. Protetta da una lato dalle sue dimensioni e dall’altro dalla casualità degli insediamenti malavitosi, che hanno preferito radicarsi altrove, usandola, casomai, come piazza intermodale. Città piccola e periferica. Dunque, problemi piccoli e circoscritti. Come la casbah tra via Milano e via Napoli. Dove l’allarme riguarda soprattutto lo spaccio di erba e marginalmente il popolo di nullafacenti (homeless, balordi ma soprattutto alcolisti) che sporcano e inquietano i rari passanti. Il supersindaco Variati usa i suoi vigili con alterne fortune. Di solito con scarsa sagacia e coerenza. Magari usando il pugno duro con i ragazzi che vogliono fare un po’ di musica, per accontentare quattro vecchi rincoglioniti che vorrebbero il coprifuoco, le luci oscurate e le strade deserte, come ai tempi del temibile Pippo, l’aereo solitario.
Ma quello dell’ordine pubblico è un problema che non può essere delegato ai Comuni. Sono le forze di Sicurezza deputate a garantirlo, ammesso che abbiano ancora benzina nelle macchine e che qualcuno dia loro direttive corrette. Che fare dunque? Recintare Campo Marzo, come sostengono Rucco e Sorrentino? Tornare alla stupidaggine leghista e variatiana delle ronde? Procedere con la politica dei divieti che finiscono per desertificare il centro storico? Dar vita agli eros center che piacciono a Variati per togliere ossigeno alle peripatetiche di San Lazzaro e Tavernelle? Il principe De Curtis sentenzierebbe: “Ma siamo seri, perdio!”.
Pur consapevole che non esistono ricette magiche, mi sembra che la questione sicurezza andrebbe affrontata su due piani differenti. Il primo, che esula dal contesto locale, riguarda la certezza delle pene. Perché se è vero che il nostro ordinamento penale gronda di riabilitative suggestioni beccariane spesso contraddette dalle statistiche criminali è altrettanto vero che non serve chiedere inasprimenti delle pene. Quelle previste dal Codice sarebbero già bastevoli a scoraggiare la reiterazione. Se non esistessero cento, mille, scorciatoie per rendere inefficace la detenzione completa…  La mia badante mi ha detto un giorno: “I miei connazionali che fanno i delinquenti qui, vogliono scontare la pena in Italia. Nessuno desidera andare in Romania, perché a casa nostra butterebbero via le chiavi della cella”. Mi sembra che non servano altri commenti in merito.
Il secondo piano di interventi, questo sì tutto vicentino, potrebbe riguardare la riappropriazione del territorio da parte della comunità. Niente più quartieri ghetto, niente più enclaves, ma cittadini stranieri spalmati sul territorio in modo omogeneo. E parallelamente una politica attiva perché i giovani, le associazioni culturali, i gruppi artistici e sportivi espandano le loro attività, con l’aiuto del Comune, sia in chiave territoriale che per fasce orarie di attività. Puntando a una città magari un po’ più rumorosa e fuori dagli schemi, ma di certo meno comatosa e abbandonata al degrado. Non sarà facile, ma ci si può provare. Fuori dalle ideologie e dai dogmi. Vogliamo iniziare col parlare dei campi nomadi?

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