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Fondazione Bisazza, il Pawson semplice e sublime

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Sulla collezione permanente della Fondazione Bisazza di Montecchio Maggiore, allestita nei locali dismessi della fabbrica di mosaico – materiale impiegato per la realizzazione di tutte le opere esposte – ritornerò in futuro per metterne in luce le caratteristiche. Rammento solo che su una superficie di oltre 6 mila mq, riservata un tempo alla produzione aziendale, sono esposte con raffinata regia le opere di celebrati artisti, designer e architetti contemporanei, italiani e stranieri.
Mi preme ora segnalare la magnifica rassegna monografica, proveniente dal Design Museum di Londra, dedicata all’architetto inglese John Pawson, classe 1949. Ospitata in tre sale, è suddivisa in tre sezioni. La prima aduna bozzetti e progetti, disegni e prototipi, ordinati sopra grandi tavoli che richiamano i tavoli di lavoro degli studi in cui tutto ciò è concepito. Alle pareti dell’immenso “atelier” figurano gigantografie di siti pittoreschi che fanno da cornice a costruzioni particolari. La seconda è riservata alla proiezione di video di lavori trasversali: un’antologia di Pawson fotografo, le scenografie per un balletto, gli interni di una barca a vela. La terza accoglie l’opera site-specific One to One, creata nella stanza dove resterà a far parte della collezione.
I temi su cui Pawson si è concentrato fin dall’inizio sono lo spazio, la proporzione, la luce e i materiali. La loro percezione suscita emozioni fisiche e spirituali, stimola le facoltà creative senza compromettere la lucidità progettuale. Pawson non è, come è stato etichettato, un maestro del minimalismo, bensì un maestro dell’architettura che fa del rigore il mezzo espressivo del suo mondo poetico. Interviene per sottrazione fino al punto in cui, raggiunto l’obiettivo,  non è possibile togliere nulla. Non si sottrae quindi al rapporto con la realtà di cui avverte il fascino, ma non si presta a sterili esercizi intellettualistici che umilierebbero la tensione emotiva. La sua non è fredda operazione mentale che reprime gli stimoli sensitivi. Egli tende ad una semplicità raffinata, ad una pulizia necessaria. «Cerco l’essenzialità – ha dichiarato – a prescindere dal contesto, costruisco edifici intorno alla gente, non il contrario: l’obiettivo è sempre dare gioia a chi abiterà quegli spazi». Il contesto è, in ogni caso, il punto di partenza di ogni cosa. Ogni progetto si basa sullo studio meticoloso dell’ambiente destinato ad accoglierlo. Autonomo è, invece, il linguaggio architettonico, le cui forme non imitano la natura anche se germogliano a contatto di paesaggi, naturali o artificiali.
“La semplicità è l’essenza del sublime, la varietà è l’ingrediente della bellezza” è il principio di William Shenstone (1714-1763) che Pawson ha fatto suo. Donald Judd, un artista minimalista che ha influenzato Pawson, ha definito il proprio lavoro «espressione semplice di un pensiero complesso». Ecco chiariti i termini del minimalismo di Pawson. La sensazione di ordine in un mondo complesso è ciò che ho avvertito esaminando la nutrita serie di disegni e modelli, di rilievi e fotografie, che illustrano l’articolato complesso dell’Abbazia Cistercense di Novy Dvür (2004, Boemia, Repubblica Ceca), la parte più illuminante e meglio documentata della mostra. Ritengo sia questa l’opera più referenziale di Pawson, quella che ne esprime il pensiero e ne compendia l’azione, in sintonia con le esigenze dichiarate dei committenti. «Lavorare nella giusta direzione è stato lungo e impegnativo – ha confessato Pawson – ed è tutt’altro che finito, ma per un architetto ha rappresentato un’opportunità quasi unica per sperimentare le idee ed esplorare possibilità: creare qualcosa di nuovo, la cui essenza sia fedele a ciò che i cistercensi vedono in un monastero».

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