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Piano Interventi, IdV e PdCI: nessuna vera idea e fretta sospetta

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Una serie di accordi in cui manca una visione d’insieme della città. E ancora una volta troppo sbilanciati verso la crescita del cemento. Dopo le critiche del Pdl, sulle intese con i privati in vista del prossimo Piano Interventi piovono anche le bordate delle forze del centrosinistra che non sono nella maggioranza variatiana come Idv e della Federazione della Sinistra. Manca all’appello Sel, che si prende del tempo per analizzare nel dettaglio la manovra urbanistica: scelta che ci sta, considerando la velocità con cui i piani sono stati presentati e approvati. Ma se al governo ci fosse stato il centrodestra, saremmo pronti a scommettere che si sarebbero mossi con tempi  più celeri. Vero, Asproso?
Per Alessandro Pesavento, coordinatore dell’Idv vicentino, il giudizio è decisamente negativo. Soprattutto perché, dall’analisi dei vari piani, non si scorge un’idea forte sul futuro della città. «L’impressione è che il Comune si sia limitato ad accogliere o respingere le richieste dei privati, senza avere una propria progettazione su cui misurare le proposte – spiega – Non si legge un ragionamento complessivo sullo sviluppo futuro di Vicenza, né sul piano urbanistico, né su quello economico-sociale. Manca la pianificazione di fondo che dovrebbe supportare ogni scelta urbanistica». Per dare qualche esempio, Pesavento cita il caso del residenziale e del verde. «Guardiamo le residenze – continua – è un peccato non si sia costruito un ragionamento su quanta necessità ci sia di residenziale nuovo, e soprattutto per rispondere a quali bisogni demografici. Oppure prendiamo in considerazione le aree verdi: quanti metri quadrati di verde reale vogliamo in città? Con quali modalità? Con quali servizi di contorno?».  E si potrebbe continuare anche con il commerciale e il direzionale, visto che spazi per uffici e nuovi negozi fanno capolino in molti dei piani approvati. «Ma per quale sviluppo, per quale idea di città? Se uno immagina di creare un polo del terziario avanzato, bene, lo dica e ci si ragiona insieme. Qui non si vede niente di tutto questo».
Il risultato è una serie di operazioni in cui, secondo Pesavento, si fa fatica a trovare una logica. A San Bortolo, in un quartiere già devastato dalle famigerate Rc/1, si costruisce anche in via Monte Asolone: «Una delle ultime aree verdi rimaste, mi domando se il gioco valga la candela», osserva il responsabile dell’Idv (va ricordato, però, che in zona prenderà forma il parco dell’Astichello). A Saviabona è prevista una nuova piazza: «Non mi pare di aver mai sentito questa richiesta da parte dei residenti; attenzione a non creare falsi bisogni per giustificare queste operazioni». Nell’ex Domenichelli si immagina il nuovo Comune: «Spostarlo lì non ha nessun senso. E inoltre, visti i costi, è un’operazione irrealizzabile». A San Paolo tornerà pubblico il Campo Federale. «Forse è l’unica operazione condivisibile: ma perché confermare tutte le cubature concesse da Hullweck? E perché spostare i diritti edificatori nell’ex area d’oro del Pp6?».
Ci sono, inoltre, altre osservazione più strettamente politiche. La prima sui rapporti tra primo cittadino e assessore all’urbanistica. «L’impressione è che la Lazzari non condividesse appieno le scelte di Variati: l’assessore se la sente di mettere il suo nome su queste operazioni per i prossimi anni? E se la sente di chiarire la sua posizione davanti alla città?». La seconda è sul mancato coinvolgimento della popolazione, e anche del consiglio comunale. «Sui piani non ci sono state assemblee nei quartieri. Ai consiglieri sono stati imposti tempi ristretti. E non si era mai visto che si accorpassero tutti i piani in una delibera quadro, in una specie di voto di fiducia». L’ultima stoccata è per il centrodestra. «Sulla cementificazione dicono delle cose vere, ma sono gli ultimi a poter parlare. Come possono criticare le cose che facevano anche loro come assessori? Anzi, con loro di piani ne sarebbero stati approvati ancora di più. Variati almeno non ha fatto lo scandalo del Cotorossi. E poi, che opposizione hanno fatto? Se davvero ritenevano gli accordi inaccettabili, avrebbero dovuto prolungare il più possibile la discussione e votare contro. Invece si è svolto tutto molto rapidamente. E allora sospetto che in realtà questi accordi andassero bene anche a loro».
Per Giorgio Langella, segretario provinciale del Partito dei comunisti italiani, invece, il problema principale è che si continua a puntare sullo sviluppo edilizio. «Dal Pat in poi, è tutta la gestione urbanistica a lasciare perplessi – commenta -. Come al solito, le decisioni urbanistiche sono troppo basate sulla crescita del cemento o sui vantaggi da concedere a questo o quel costruttore. Invece di nuove edificazioni, bisognerebbe fare una valutazione su cosa esiste già in città, cosa può essere abbattuto e ricostruito, e soprattutto cosa può essere rivalutato. Anche in termini di aree verdi e servizi». In generale, è tutta la procedura degli accordi urbanistici con i privati che dovrebbe essere usata col contagocce e con parametri molto più stringenti, per evitare di favorire gli interessi dei singoli a scapito della collettività. «Mettersi d’accordo con i privati è l’unico modo per trovare risorse? È vero che soldi ce ne sono pochi, ma se ne potrebbero recuperare anche da altre parti. Qualche consulenza in più la si fa sempre».
Lascia dei dubbi, infine, anche la marcia a tappe forzate che in due settimane ha visto i piani superare l’esame di giunta, commissione e consiglio comunale. Senza che si levasse una sola voce contraria. «A Vicenza come a Roma, uno decide e gli altri eseguono, senza che ci sia una reale possibilità di critica. Qui inoltre c’è una rapidità sospetta, mai vista in Italia – conclude Langella con una battuta – È una cosa che non si spiega, se non col fatto che le elezioni si avvicinano e quindi bisogna cominciare a trovare i grandi elettori. Sono cominciate le grandi manovre per le comunali». È un pensiero che hanno fatto in molti.

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