Imprese, tasse effettive: 80 per cento
Che il carico fiscale sulle imprese sia troppo alto è quasi un luogo comune. Una di quelle frasi buone per tutte le occasioni, tanto da svuotarsi di significato. Non sempre, però, ci si rende conto di quanto pesino concretamente le tasse nella gestione quotidiana di un’azienda. Un allarme è stato lanciato nei giorni scorsi da Umberto Ferretto che, con una lettera al Corriere del Veneto, ha denunciato il peso delle imposte: sui 780 mila euro di utile del gruppo, ha spiegato, l’83 per cento se ne va in tasse varie. Da distribuire tra dividendi ai soci e investimenti per il futuro, non resta praticamente nulla. E viene da chiedersi che senso abbia restare a produrre in Italia.
Cifre impressionanti, ma che trovano conferma anche nelle analisi servizio fiscale di Assindustria. Secondo uno studio effettuato ormai una decina di anni fa, la pressione fiscale sulle piccole e medie aziende della provincia oscillava tra il 65 e l’80 per cento. «E da allora non ha fatto che aumentare», conferma Marco Meloncelli, responsabile tecnico dell’area fiscale di Confindustria Vicenza e Veneto. Dare un dato preciso è praticamente impossibile, perché la percentuale varia da azienda ad azienda. E il conto finale dipende, più che dalle aliquote, dalla base imponibile. Prendiamo l’Irap, una delle tasse che incide di più sui conti aziendali: intanto è proporzionale al fatturato e non all’utile; inoltre ha come variabili il costo del lavoro e il livello dell’indebitamento. Le imprese con più dipendenti pagano cioè una percentuale maggiore di tasse, così come quelle sottocapitalizzate e quindi costrette a ricorrere al credito. In un contesto produttivo come quello della nostra provincia, quasi tutte.
Ad Irap e Ires bisogna poi aggiungere le tasse locali, che di solito si tende ad escludere dal calcolo. La tariffa rifiuti, la tassa sulla pubblicità, le imposte di circolazione per il parco mezzi aziendale, l’Imu, che per chi ha capannoni e uffici è particolarmente pesante. Risultato: arrivare al 70 per cento e oltre di tasse da pagare sugli utili ante imposte è la regola. «Ma quel che è più preoccupante – aggiunge Meloncelli -, è che la pressione fiscale non accenna a diminuire. Anzi, continua ad aumentare». Nell’ultimo decreto sulla riforma del lavoro, per fare un esempio, quindi in un provvedimento che sulla carta non ha nulla a che fare con la fiscalità, è stato inserito una passaggio che riduce la deducibilità delle vetture aziendali. Il che significa che, indirettamente, l’anno prossimo la pressione fiscale sarà ancora maggiore.
«Le aziende chiudono anche perché ormai la redditività in Italia è a livelli bassissimi – continua il responsabile di Confindustria -. Il caso della Bayer di Mussolente è emblematico: l’azienda non è in perdita, ma chiude qui per riportare le produzioni in Germania, dove il fisco è mano pesante. Parliamo della Germania, non di qualche isoletta ai Caraibi o dell’Estremo Oriente. Il problema è che il nostro paese non incoraggia gli investimenti: gli stranieri che erano venuti qui se ne vanno, e gli italiani sono allettati dalla concorrenza fiscale di paesi che sono dietro l’angolo». Come la Carinzia, dove la tassazione sulle imprese è del 25 per cento, o la Slovenia, dove è del 20 per cento. E dove il sistema fiscale è chiaro e trasparente.
Perché un altro dei problemi italiani, al di là delle percentuali di tassazione, è l’insostenibilità generale del sistema del fisco. Dove, tra leggi e leggine fatte con cadenza quotidiana per tappare i buchi di bilancio, «non si trova più il bandolo della matassa – è sempre Meloncelli a parlare -. Il sistema non ha più dei principi generali, e non è né limpido né trasparente». E dove anche i controlli contro l’evasione sono ormai al limite dell’abuso, seppur in punta di diritto. Con l’amministrazione fiscale che arriva a mettere il naso dentro a scelte che dovrebbero essere prettamente imprenditoriali. Qualche esempio? Se un’azienda decide di fare dei prezzi particolarmente scontati ad un cliente per non perderlo in questo periodo di crisi, può vedersi contestare quella scelta, in quanto comporta un minor introito per le casse dello stato. Lo stesso se un’azienda decide di effettuare una fusione piuttosto che una cessione di un ramo d’azienda: le due opzioni sono legittime, ma se si sceglie la prima, decisamente meno onerosa dal punto di vista fiscale, c’è il rischio che venga contestata. O ancora, non è possibile per un’azienda avere per più di tre anni i bilanci in perdita, altrimenti scatta comunque un prelievo obbligatorio. « È assurdo – conclude Meloncelli -. Quello può essere un campanello d’allarme per i controlli, ma non ci può essere un meccanismo automatico. Ci sono aziende che, pur sapendo che chiuderanno, tengono aperto per consentire ai lavoratori di arrivare alla pensione. E ce ne sono che lavorano in perdita perché hanno fatto investimenti consistenti, e sperano di avere dei vantaggi negli anni a venire. Il fatto è che in Italia, alla faccia del principio di innocenza stabilito dalla costituzione, il contribuente è un presunto evasore a prescindere».
Un po’ ce la saremmo anche cercata, visti i livelli di evasione fiscale che si toccano in certi settori. Ma, dati alla mano, è difficile dare torto agli industriali quando lanciano l’allarme sulle tasse troppo alte. E il discorso non vale solo per loro.


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