Giannino, il beato Marzotto. Ma anche no
Di Giannino Marzotto si sono ricordate molte cose: uomo non comune per coraggio e inventiva, protagonista nell’economia del nostro paese, salvatore della Ferrari, vincitore di due memorabili Mille Miglia, colui che nei primi anni Cinquanta mise in riga perfino Manuel Fangio & C, grande mediatore, uomo geniale e visionario, berlusconiano e antiberlusconiano, amato dagli immigrati, colto, spiazzante, generoso, figura epica…
Tutto vero, tutto giusto, magari con qualche eccesso encomiastico. Tuttavia quando i media, nelle loro ricostruzioni biografiche, si avvicinano a due date, improvvisamente si avverte una calcolata prudenza che sfiora la reticenza. Per esempio il Corriere del Veneto non riesce neppure a citare il biennio 1968-69: Giannino Marzotto «nel ’58 era vicepresidente [della Marzotto] e un decennio più tardi [1968] presidente; l’anno seguente [1969] abbandonava tutte le cariche operative, nel pieno dell’autunno caldo, per dedicarsi ad attività industriali innovative». Sul perché dell’abbandono, silenzio assoluto. Lo spiega invece, a modo suo, il Giornale di Vicenza: Giannino Marzotto avrebbe fatto un passo indietro «perché consapevole che, nonostante avesse poco più di 40 anni, altre erano le doti che si addicevano al leader di una famiglia in cui un cavallo di razza come Pietro scalpitava per raccogliere il testimone industriale».
Le cose non andarono proprio così: dovrebbe ormai essere abbastanza noto a tutti che nel 1967 si aprì a Valdagno uno scontro durissimo tra sindacati da un lato e Giannino Marzotto dall’altro a causa di una riorganizzazione aziendale impostata su di un rigido taylorismo fuori tempo massimo (aumento dei macchinari assegnati a ciascun operaio con conseguente aumento del carico di lavoro) e non contrattata. Lo scontro registrò episodi aspri, come l’abbattimento della statua di Gaetano Marzotto sr il 19 aprile 1968. Ma la fase più acuta si ebbe con il mese di occupazione degli stabilimenti da parte degli operai agli inizi del 1969. Fu in quel mese che Giannino, incapace di chiudere la partita, perse per sempre la leadership dell’azienda e lo statuto di erede designato. Infatti la vertenza fu risolta perché nella parte finale le redini della trattativa furono prese in mano dai fratelli Paolo e Pietro. Così «l’antica fabbrica marzottiana avviava un diverso e più maturo sistema di relazioni industriali, riconoscendo definitivamente la titolarità dei sindacati ad interloquire (contrattandole) sulle grandi scelte organizzative» (Roverato). Per Giannino quella sconfitta rappresentò una ferita che forse non si è mai rimarginata completamente. Fu quella sconfitta a spianare la strada a Pietro al quale Giannino, con grande onestà intellettuale, ha riconosciuto il merito di essere stato, fino alla metà degli anni Novanta, uno «straordinario capitano d’industria».
La seconda data “critica” che i media tendono a dimenticare, è quella della defenestrazione di Pietro Marzotto ad opera dei fratelli, compreso Giannino, e dei nipoti più di un decennio fa, quando l’ultimo vero imprenditore della famiglia fu messo in minoranza da chi voleva trasformare una grande realtà industriale in una (fortunata) opportunità finanziaria, depauperando una tradizione manifatturiera quasi bicentenaria. In ultimo: Giannino Marzotto fu spiazzante anche perché non smise mai di adoperare il titolo di conte che il re, su proposta di Mussolini, concesse al padre nel 1939 e che la XIV disposizione transitoria della Costituzione non riconosce più dal 1947.



“egregio Sig.re Dal Lago, complimenti per l’articolo. volevo chiederle se lei che è stato un uomo politico quando c’era nel bene e nel male, un partito la Democrazia Cristiana che controllava lo Stato (con pochi contrappesi dopo la stagione del compromesso storico, più volgarmente detto del consociativismo), se condivide le affermazioni di Paolo Marzotto (fratello di Giannino) sul cosidetto modello veneto: ” ma quale modello veneto!. Non c’è mai stato nessun modello in questa regione: solo un caotico sistema di crescita senza nessun disegno. Appena qualche idea, un pò di tecnologia, la manodopera a buon mercato, la famosa svalutazione della lira quando arrivava la stretta. oggi che l’euro ci ha legati a un sistema, ci lamentiamo della Cina come ieri ci lamentavamo della Germania, della Spagna e perfino della Grecia. nel Veneto non c’è mai stata l’idea che quando si crea un’impresa si fa una costruzione che ha un valore sociale. qui c’è l’egoismo di tenersi l’impresa,a costo magari di distruggerla invece di farla vivere”. (tratto dal libro: ipadroni del Veneto. Renzo Mazzaro editore Laterza)
Egregio signor Panato,
mi riesce difficile esprimere un giudizio ponderato su alcune affermazioni che appaiono messe lì un po’ alla rinfusa e non sufficientemente argomentate. Personalmente conosco molti imprenditori vicentini che hanno ben chiaro quale sia il valore sociale della loro impresa.
Egregio signor Dal Lago,
non vedo la difficoltà a rispondere ad una domanda chiarissima. Condivide o non condivide? Un si o un no sarebbero sufficienti.
egregio Sig.re Dal Lago;
la ringrazio per la risposta; perchè mi convince sempre di più che chi nel bene o nel male ha diretto politicamente ( in primis la Democrazia Cristiana) avendo le leve dello Stato a sua disposzione (sopratutto negli anni ottanta il sistema bancario pubblico), lo sviluppo del Veneto, non aveva ben chiaro come si sarebbe dislocata l’economia internazionale e i rischi che avrebbe corso la specializzazione dell’apparato industriale Veneto. oggi siamo in questa fase dove la politica latita e parla d’altro, mnetre idee e progetti per venire fuori dal cul del sac in cui ci siamo ficcati, non si vedono all’orizzonte.
Egregio signor Ory,
è vero, la domanda del signor Panato è chiara. Ma essa rimanda a molte, e molto diverse tra loro, opinioni del dr. Paolo Marzotto. Rispondere con un semplice sì o con un semplice no mi è sembrato poco corretto, in primo luogo nei confronti di chi quelle opinioni ha espresso; in secondo luogo nei confronti di quanti desiderano conoscere il “perché” dei sì e dei no.