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Schlecker, avviso di bancarotta. Con un sms

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Alla lunga serie di crisi aziendali che negli ultimi tre o quattro anni ha tartassato il Vicentino, se ne sta aggiungendo un’altra che viene da lontano. Per la precisione da Ehingen, piccolo paese del Baden-Wurttemberg, nel sud della Germania, dove ha preso via un crack che adesso coinvolge migliaia di lavoratori in tutta Europa. E alcune decine nella nostra provincia. Ai primi di giugno Schlecker, il colosso tedesco della grande distribuzione nel campo dei prodotti per l’igiene personale e la pulizia, ha infatti dichiarato bancarotta. E per i circa 300 punti vendita e i 1200 dipendenti italiani, che pure non dipendono direttamente dalla casa madre tedesca, si è aperto un enorme punto interrogativo sul proprio futuro lavorativo. In provincia di Vicenza si parla di una ventina di negozi, con tre o quattro dipendenti ciascuno, in media.
Pensare che solo un anno fa una situazione simile pareva impensabile. «Tra di noi ci dicevamo che potevamo stare tranquilli, e invece…», commentano alcuni dipendenti che lavorano nei negozi della provincia. Invece, dietro la formula che aveva decretato il successo della catena – negozi sparpagliati anche nei piccoli comuni, distribuzione innovativa, prezzi concorrenziali – si scorgevano i primi segnali di cedimento. Dal 2008 i conti della Schlecker tedesca erano in rosso. Nel solo 2010 la perdita ha toccato i 650 milioni di euro, e il rosso in bilancio raggiunto il miliardo. La crisi, con il conseguente calo degli acquisti, ha fatto il resto. Ad inizio di quest’anno l’azienda tedesca è stata dichiarata insolvente, e i fornitori, che non venivano pagati, hanno iniziato a sospendere le consegne. «Anche qui da noi, per un po’, è cominciata a scarseggiare la merce – raccontano i dipendenti -. Alcuni prodotti non arrivavano, nonostante gli ordini venissero fatti».
La cosa paradossale è che buona parte dei dipendenti italiani non sapevano praticamente nulla delle condizioni in cui si trovava il gruppo. Mentre in Germania migliaia di negozi venivano chiusi e migliaia di dipendenti lasciati a casa (oltre 11 mila solo nei primi mesi di quest’anno), in Italia non arrivava nessuna comunicazione ufficiale. I sindacati, anche a causa della politica aziendale (in Germania la Schlecker è stata più volte accusata di comportamenti antisindacali), erano praticamente assenti. Così l’unico tam tam era quello che viaggiava sul web o attraverso le chiacchiere con i trasportatori che riforniscono i negozi.
La situazione è precipitata ad inizio giugno. Quando, sfumate con un nulla di fatto tutte le trattative per la cessione della catena a nuovi investitori, il gruppo tedesco è fallito. In Germania si procederà alla chiusa di altri  negozi e al licenziamento di altri 13mila operatori. A questo punto anche in Italia i dipendenti hanno finalmente ricevuto una comunicazione diffusa via sms (!) dai responsabili di zona. In cui si diceva, semplicemente, di stare tranquilli perché l’azienda stava cercando acquirenti a cui cedere l’attività. Al di là della stranezza di un annuncio di crisi inviato via sms, la situazione italiana è in effetti diversa da quella tedesca: i negozi italiani non dipendono direttamente dalla Germania, ma da una società del gruppo con sede in Austria e, in misura minore, da un’altra consorella spagnola. E queste due hanno i bilanci in attivo e i conti in ordine: chiusura positiva nel 2010, in pareggio nel 2011. Tant’è vero che gli stipendi sono sempre stati pagati regolarmente. Il problema, caso mai, è che sono esposte nei confronti della capofila tedesca, che hanno finanziato abbondantemente negli anni scorsi, e che ora è insolvente.
La Schelcker vorrebbe cedere i negozi, ma trovare qualcuno che li acquisti in blocco, con i tempi che corrono, è un’impresa. Più probabile che vengano spezzettati e ceduti a tranche, con tutte le incertezze che questo comporto per i dipendenti.  Ma sarebbe comunque il male minore: se non si trovassero acquirenti, infatti, lo spettro della chiusura e del licenziamento diventerebbe molto più concreto. Nell’attesa, i dipendenti si sono mobilitati e hanno preso contatto con i sindacati per tutelarsi e tenersi aggiornati. «Anche adesso sappiamo e non sappiamo – dicono – I clienti entrano e ci chiedono che fine facciamo, perché la voce gira, ma dall’azienda non ci viene detto nulla». Il 27 è in programma un incontro con l’amministratore italiano: forse se ne saprà qualcosa in più. Intanto, sugli scaffali dei supermercati si continuano a scorgere alcuni spazi lasciati vuoti dai prodotti non consegnati.

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