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Passarella il marxista: “La decrescita? Come l’austerità di Monti”

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Marco Passarella

Si svolge in questi giorni Festambiente Vicenza, e il filo rosso intorno a cui ruotano i tanti dibattiti è costituito dai concetti di «limite» e di «decrescita» dell’economia. Mercoledì 20 il dibattito serale dal titolo «Dall’economia finanziaria a quella sociale» ha visto protagonista Marco Deriu, sociologo e animatore dell’Associazione per la Decrescita, fra gli organizzatori della terza conferenza internazionale della decrescita, che si terrà a Venezia il prossimo settembre.
Il movimento per la decrescita è un arcipelago di idee, pratiche e movimenti che ha preso piede fra chi si oppone al liberismo e alle politiche di austerità che vanno oggi per la maggiore in Europa. Eppure decrescita e austerità potrebbero non essere concetti così lontani e antitetici come appare. La pensa così Marco Passarella, giovane economista veneto (è di Adria, in provincia di Rovigo) che vive e fa il ricercatore a Leeds, in Inghilterra. Di impostazione marxista, è autore insieme a Emiliano Brancaccio del pamphlet «L’austerità è di destra. E sta distruggendo l’Europa» (il Saggiatore, 2012) ed è attivo in rete con un blog.

Il dibattito sulla decrescita, inaugurato dall’economista francese Serge Latouche, ha avuto il merito di introdurre la consapevolezza che, in un mondo dalle risorse limitate e in esaurimento, non ha senso rincorrere una crescita infinita del Pil. Perché questo discorso non ti convince?
Lo slogan dei decrescisti è non si può pensare ad una crescita infinita in un mondo finito. Bene, se assumiamo che la terra sia un sistema chiuso (il che non è detto), questa affermazione è una tautologia, oppure nasce da una mancata comprensione delle categorie dell’economico. Una tautologia: è vero, le risorse prima o poi finiranno. Ma ne discende che il maggiore o minore grado di utilizzo delle risorse influisce solo sul numero di decenni e secoli che ci metteremo ad esaurirle. Dobbiamo essere parsimoniosi? Giusto, ma non risolviamo il problema con la decrescita.
Se abbiamo a cuore la questione ambientale, e io vengo da quel mondo, il problema non è quanto si produce, ma iniziare a stabilire un controllo democratico su cosa e come si produce. La risposta non può essere il vagheggiamento di qualche forma mitica di comunità autogestita con un rapporto equilibrato con la natura: sono idee mitiche, culturalmente fascistoidi. Le meraviglie del delta del Po sono bellissime, ma non sono natura, sono il frutto di secoli di lavoro umano. Spesso le popolazioni primitive avevano con la natura un rapporto di distruzione.
Se però consideriamo la crescita impetuosa dei giganti di quello che una volta era il “Terzo Mondo”, ci preoccupano le conseguenze ambientali.
Ricordo, due anni fa a Berlino, di aver assistito a un convegno in cui un economista tedesco proponeva teorie vicine a Latouche. Ci fu una reazione furibonda di economisti indiani, cinesi e brasiliani che lo accusarono di neo-colonialismo: “Per voi europei con la pancia piena è facile dire agli altri paesi che devono conservare l’ecosistema”, era il succo del loro discorso. La teoria della decrescita è portata avanti quasi esclusivamente da pensatori occidentali, e attecchisce fra le classi medie. Difficilmente un operaio o un immigrato si appassionerà a queste idee. Di certo nel nostro Dna, di occidentali e anche di sinistra, c’è un industrialismo eccessivo. Ma d’altra parte abbiamo dimenticato che la natura è sempre stata matrigna per l’uomo: ci siamo sempre difesi dagli eventi naturali, non il contrario. E’ vero: bisogna trovare un nuovo rapporto con la natura. Ma per far questo non ci sono “terze vie” che tengano, e non bastano le prese di coscienza conviviali: il problema è la struttura produttiva da cambiare e per far questo ci sono solo le leve statali. Altrimenti si lascia l’iniziativa in mano al privato e, in un regime capitalistico, sarà il privato a continuare a decidere cosa, come e quanto produrre.
Ricordo che qualche anno fa Jacopo Fo spopolava parlando dell’olio di colza che avrebbe sostituito la benzina come carburante. Non ricordo di averlo più sentito tornare sull’argomento dopo che il business dei biocarburanti ha provocato una gigantesca bolla speculativa, che ha fatto schizzare i prezzi delle materie prime, fra i motivi scatenanti delle rivolte in Nord Africa. Rivolte che non hanno portato la democrazia, purtroppo, ma scalzato i vecchi dittatori per portarne di nuovi.
Il vostro pamphlet è una critica serrata, da sinistra, alle politiche di austerità portate avanti da tutti i governi europei e da Monti in Italia. Un curioso corto circuito: l’austerità fu il cavallo di battaglia di Enrico Berlinguer, il segretario del Pci di cui oggi si celebrano con rimpianto i novant’anni dalla nascita.
Il concetto di austerità nasce con Berlinguer negli anni Settanta, in modo molto simile a come oggi si declina il concetto di decrescita. Il nocciolo è lo stesso: il superamento non traumatico della logica capitalista. Benché oggi meritoriamente i fautori della decrescita si oppongano all’austerity, vivono una contraddizione evidente. Di fatto oggi stiamo vivendo in un regime di decrescita, visto che il Pil italiano è in caduta libera.
So bene che Latouche respinge un’idea di mera decrescita quantitativa. Egli stesso definisce molte volte cosa non è la decrescita: non è recessione, non è lo stato stazionario descritto dagli economisti classici. Eppure è molto elusivo nel dire che cosa è in positivo: fra le poche proposte “in positivo” di Latouche c’è l’idea di decuplicare le tasse su carburanti e trasporti. Lungi dal portare a vie d’uscita conviviali, questa misura produrrebbe crisi mostruose e milioni di disoccupati. Di fatto è una proposta di austerità: aumentare le imposte significa appoggiare l’austerità fiscale portata avanti dal governo Monti. Insomma, non è chiaro se quando si parla di decrescita si intende il valore d’uso (i beni), per usare un linguaggio marxiano, o il valore di scambio (il Pil). E’ possibile infatti che il Pil cresca anche in presenza di una riduzione della quantità di merci prodotte.
Le merci prodotte, poi, non sono necessariamente merci tangibili, e anche nel caso di merci “concrete”, non è detto che un aumento della loro produzione produca un’accelerazione del depauperamento delle risorse ambientali. Sono nessi tutt’altro che scontati, che non vengono spiegati. Un conto è produrre depuratori e biciclette, un conto è produrre Suv. Entrambi aumentano il Pil, ma hanno un impatto opposto sulla sostenibilità ambientale.
Qual è, in poche righe, la vostra ricetta per uscire dalla crisi?
La crisi dell’Eurozona non è causata dall’eccessivo indebitamento come continuano a ripeterci: è falso. I numeri dicono che gli investitori non comprano più titoli italiani, spagnoli, greci e francesi perché è eccessivo il debito estero di questi paesi. Non potendo più svalutare la propria moneta, come fece l’Italia nel ’92, si è accumulato negli anni un differenziale di esportazioni nei confronti della Germania. La risposta dell’austerità è applicare politiche recessive, che da una parte limitano i consumi e quindi le importazioni (per esempio di carburante) tamponando il debito estero, dall’altra aumentano disoccupazione e flessibilità e quindi tengono bassi i salari. La competizione si sposta quindi dalla svalutazione della moneta alla svalutazione del lavoro, come accade in Italia. A suo modo è una strategia razionale, ma che ha come prospettiva la riduzione di mezza Europa a subfornitore della Germania a bassissimo costo del lavoro.
L’ideale, per un’uscita alternativa, sarebbe in primis riformare la Bce per bloccare la speculazione nell’immediato; poi applicare politiche espansive dei salari e una pianificazione almeno parziale della produzione; e infine andare verso un governo europeo federale sul modello degli Stati Uniti. Un passaggio tutt’altro che facile, comunque: ricordiamoci che gli Usa sono passati per una guerra di secessione.

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67 Commenti a Passarella il marxista: “La decrescita? Come l’austerità di Monti”

  1. Antonella 22 giu 2012 a 14:48

    condivido in parte in quanto la decrescita per me è davvero utile a far capire di quante cose non abbiamo bisogno e di quante possiamo invece imparare a fare.
    Lavoriamo prendiamo un misero salario e lo spendiamo in bollette mutui e per il carburante o per pagarci farmaci e scuola e cosa ci rimane per noi? niente o pochissimo l’importante è far crescere il PIL ma chi se ne frega di questo PIL?

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  2. alice 22 giu 2012 a 15:21

    Il PIL è solo uno strumento, una unità di misura… E se crescesse perchè aumentano le infrastrutture, i servizi, l’edilizia popolare? Non credo che Latouche si opporrebbe!

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  3. Pingback: “La decrescita? Come l’austerità di Monti”. Intervista a Marco Passarella | Marco Passarella

  4. Marco Matteazzi 22 giu 2012 a 18:58

    Passarella dice che “il problema non è quanto si produce”, e invece il problema è proprio quello: qualunque produzione di massa è inquinante. In questa società, un’affermazione del genere è trattata come una bestemmia, ma così è, piaccia o non piaccia. Chris Goodall, imprenditore inglese, spiegava nel 2007 in “How to Live a Low-carbon Life” che la produzione di una automobile nuova e “superecologica” inquina comunque molto di più di quanto si inquinerebbe continuando ad utilizzare il vecchio catorcio. L’inquinamento risiede solo in parte trascurabile nella scarsa qualità del prodotto, ciò che inquina è la produzione di massa in sé. Crescita ed innalzamento delle emissioni sono sinonimi. L’unica soluzione attuabile, per quanto dolorosa essa possa essere (ma potrebbe essere anche una grandissima opportunità), è un’uscita dal modello produttivista/industrialista novecentesco, condiviso sia da capitalismo che da socialismo.

    Per chi volesse approfondire queste mie affermazioni, rimando a questo link, specie alla seconda parte per quel che concerne il presunto egoismo dei decrescisti (“chiamiamo egoista chi non si sacrifica al nostro egoismo”, Davila), il legame crescita/emissioni, e per alcuni esempi concreti e in positivo:
    http://www.decrescita.com/news/?p=1695
    Rimando poi ad André Gorz per chi volesse vedere come lo stesso pensiero di Marx possa trovare un prosieguo logico nella decrescita (io ho letto “Ecologica” di Jaca Book che analizza brillantemente i temi qui trattati partendo proprio da Marx).

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  5. Antonella 23 giu 2012 a 10:14

    La decrescita non è paragonabile all’austerità che ci impone il governo Monti, decrescere non significa infatti privarsi di qualcosa perchè non hai i soldi per comperartela ma è una libera scelta consapevole che ognuno può fare nel suo piccolo o nel suo grande per fare in modo che ognuno in questo mondo abbia una vita dignitosa e per la salvaguardia dell’ambiente.Non riesco a capire però perchè facciamo così fatica a farlo capire a chi si dice di sinistra.Anch’io sostengo Marx e nei suoi scritti non vedo nessuna lontananza alla decrescita .Complimenti per il suo blog Marco

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  6. Alessio 23 giu 2012 a 16:24

    Ottimo articolo, in effetti i seguaci della decrescita mettono in risalto un problema concretissimo, ma partono da presupposti semplicistici che talora sfociano nel darwinismo sociale e nel liberismo. Uno dei riflessi pavloviani dei decrescisti è la correlazione semplicistica tra numero degli abitanti ed impoverimento delle risorse, una sciocchezza malthusiana che qualsiasi persona dotata di un briciolo di razionalità riuscirebbe a smentire. Io lavoro nel settore dei rifiuti e diciamo che sono un controllore dei vari passaggi in cui le aziende devono smaltire i propri scarti, sicché mi fanno sorridere alcuni dogmi ideologici dei seguaci della decrescita.

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  7. Alessio 23 giu 2012 a 16:37

    Non ho mai trovato un decrescista che sia riusciuto a spiegare il fatto per cui alcune regioni, pur essendo essendo densamente popolate, hanno raggiunto dei buoni standard ambientali, mentre altre, pur essendo poco popolate, hanno assistito al deterioramento delle proprie risorse ecologiche. Forse perchè il loro ragionamento binario si sviluppa sull’asse semplicistico quantità/popolazione. Magari pensano che i problemi ambientali si possano risolvere smantellando il ruolo dello stato ed il welfare state, per cui magicamente la gente, ritornando ad uno stato di presunta armonia con l’ambiente, senza servizi e senza pianificazione dei processi di produzione, riuscirà a preservare meglio le risorse.

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  8. Giuseppe gigliob 24 giu 2012 a 07:37

    Decrescita non significa usare la candela invece della lampadina, significa consumare meno metano x il riscaldamento e meno energia elettrica x il raffreddamento perche si investe e si spende di piu nell isolamento termico degli edifici

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  9. Leonardo 25 giu 2012 a 18:19

    1) La decrescita felice non promuove la riduzione del PIL, ma sostiene che il sistema sociale ed economico deve uscire dall’ideologia della crescita del PIL quale unico obiettivo di politica economica a prescindere da quanto la crescita del PIL ha riflessi positivi su un reale miglioramento del benessere delle persone e della collettività. Quindi è evidente che per la decrescita felice produrre SUV è molto differente da produrre biciclette o depuratori.

    2) La decrescita felice sostiene che il contenimento dei consumi e delle produzioni soprattutto quelle ad alto impatto ambientale deve avvenire nei paesi cosiddetti ad alto reddito, certo non nei paesi dove le persone non vedono soddisfatti i loro bisogni primari. Questo è confermato dal fatto che lo stesso Latouche non mette in discussione gli effetti positivi che la crescita economica ha avuto sul benessere delle persone fino agli anni ’70, sono gli eccessi di produzione e consumo quanto mai evidenti nella attuale realtà che vanno contrastati.

    3) Lo statalismo, almeno nella sua maggiore manifestazione reale, ha dimostrato una totale non curanza delle tematiche ambientali. La Russia finché è esistita l’Unione Sovietica è stato il paese che più ha prodotto danni a livello ambientale, quindi attenzione a criticare il capitalismo sul fronte ambientale da una visione meramente statalista dell’economia.

    4) Le idee che vedono l’espansione della spesa pubblica (come panacea di tutti i mali ed unico rimedio per uscire dalla crisi economica non sanno rispondere al seguente quesito: con quali risorse si attuano politiche salariali espansive e la pianificazione della produzione? Se lo si fa col deficit spending si aumenta ancor di più il costo del debito (gli interessi) con effetti esiziali per il bilancio della Stato. Inoltre l’aumento del costo del lavoro dovuto alle politiche salariali espansive porterebbe alla chiusura migliaia di aziende alle prese con la competizione internazionale, con effetti disastrosi sull’occupazione.
    La proposta di riformare la BCE per bloccare la speculazione è quanto mai vaga, così come quella del Governo federale Europeo. Su questo è necessario fare una seria riflessione: davvero vogliamo che le decisioni di politica fiscale vengano prese in un luogo così distante (Bruxelles) rispetto a dove hanno delle conseguenze reali? Piuttosto che parlare di Governo Federale Europeo – peraltro, questo sì, particolarmente utopico nella situazione attuale – dovremmo ragionare su come riappropriarci di ciò che è nostro, la sovranità popolare, di come riavvicinare – anche fisicamente – i luoghi dove si prendono le decisioni ai luoghi dove tali decisioni hanno riflessi.
    Dal G8 di Genova abbiamo perso 11 anni ma non è mai troppo tardi: cominciamo finalmente a difenderci dai mercati globalizzati, dalla libera circolazione di capitali soprattutto a fini meramente finanziari e/o speculativi, dal social dumping, dalla competizione realizzata sul costo del lavoro e l’unico modo per farlo è cominciare ad imporre dei vincoli tassativi – anche unilateralmente – a chi non rispetta certe regole e certi standard.
    Infine, sorprende che proprio i marxisti – oggi – sostengano con tanta enfasi il deficit spending che appare uno strumento per aggirare la questione che più andrebbe affrontata di petto in questo particolare momento storico e cioè la diseguale distribuzione del reddito e della ricchezza. Se lo Stato ha bisogno di risorse non può continuare ad indebitarsi, ma deve procurarsele laddove la ricchezza è presente. Risfogliamo qualche pagina del Capitale!

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  10. Giulio Todescan 25 giu 2012 a 20:16

    @ Leonardo, in attesa che lo faccia qualcuno più competente di me, provo a risponderle dal punto di vista “critico” sulla decrescita.

    Parto dall’ultimo paragrafo: dice che va affrontata la diseguale distribuzione di reddito e ricchezza. Benissimo, mi trova d’accordo. Solo che si contraddice: qualche riga sopra afferma che l’aumento dei salari porterebbe migliaia di aziende a chiudere (!). Io ci trovo una contraddizione bella e buona. Delle due l’una: o si sostiene una politica di aumento dei salari, e quindi della capacità di spesa, oppure si è favorevoli alla compressione dei salari stessi (come la politica di Monti, cioè l’austerity).

    Desta un certo stupore leggere che, secondo lei, l’aumento del costo del lavoro porterebbe al fallimento di molte aziende: è la stessa lettura degli ultraliberisti che ci hanno portato al disastro! Trovo più convincente l’analisi di Passarella e Brancaccio: l’UE monetaria liberista così com’è stata finora ha causato una competizione al ribasso sul fronte dei salari (compressi) e della fiscalità (più bassa per attirare capitali), generando una grande perdita di potere d’acquisto dei salari in tutta Europa (Germania compresa). E minori salari significa minore capacità di spesa e minore domanda interna, quindi ulteriore crisi e disoccupazione: quindi sono proprio i bassi salari alla fine a causare la chiusura di molte aziende!

    Si legga il libro citato ad inizio articolo: la ricetta proposta (semplifico) è sostanzialmente una politica redistributiva, la proposta di riforma della BCE (che qui per motivi di spazio è ridotta a una riga) prevede che essa possa garantire in ultima istanza i debiti dei paesi, “disinnescando” la speculazione. Inoltre c’è una dura critica al “liberoscambismo” accettato acriticamente dalla sinistra post-Pci, prevedendo un controllo dei flussi di capitali.

    Sui punti 1 e 2, pongo una questione: ok, decidiamo di contenere i consumi e le produzioni dannose nei paesi “sviluppati”. Esempio concreto: gli aerei, le compagnie low cost e il proliferare di voli che inquinano molto.
    Bene: come fare a ridurre questo inquinamento?
    a) Una strada è che si de-liberalizzi il settore, impedendo la concorrenza sfrenata al ribasso dei prezzi. Si può fare alzando i salari di chi ci lavora, diminuendo il numero di licenze, aumentando il costo dei carburanti etc… Questo può essere fatto solamente con politiche pubbliche, ovvero statali.
    b) Un’altra strada è puntare sulla ricerca e lo sviluppo tecnologico, cioè aerei che inquinino di meno.
    c) Una presa di coscienza generalizzata che prendere troppi aerei è “sbagliato”.
    Se i “decrescisti” promuovono le prime due strade, mi sembrano misure improntate a un riformismo ambientalista o comunque a un’idea di programmazione.
    Se la strada della decrescita è la terza, penso che, da sola, non possa portare al risultato desiderato.

    In questa idea della “presa di coscienza” taumaturgica che di per se stessa cambia le cose, ci vedo anche il rischio di una deriva moralistica da un lato, e dall’altro un fastidioso retrogusto conservatore: “Stai al tuo posto, e siine contento: il tuo misero stipendio da precario ti rende un campione del consumo zero!”.
    Ecco, se la prospettiva è questa, no grazie.

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    • kmatica 26 giu 2012 a 00:27

      Per risolvere un problema non si può usare lo stesso modo di ragionare che ha creato quel problema.
      Lasciamo gli US, popolo di fascistoidi dove sono, non emuliamoli. La competizione esiste come valore sano solo nello sport. Non dimetichiamo che dove c’è un popolo esiste un’economia che non necessità di finanza, al contrario la finanza, essendo sostanzialmente parassitaria, non può prosperare senza un’economia.

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  11. Marco Passarella 26 giu 2012 a 09:33

    Anzitutto, mi fa piacere che l’intervista abbia suscitato interesse. Cercherò di dare una risposta chiara, per quanto necessariamente didascalica, alle questioni sollevate nei commenti più critici.

    Per Marco. Certo, ogni produzione di massa è inquinante o, per meglio dire, implica dissipazione di energia (e questa è una tautologia, valida per ogni forma di attività umana e non solo). “Quanto” inquinante dipende, però, anche da “cosa” viene prodotto e da “come” lo si produce. Il computer che tu stai utilizzando per connetterti al web è una produzione altamente inquinante (mi permetto al riguardo di dubitare che tu ti serva, come pure sembreresti proporre, di un “vecchio catorcio” tipo Commodore 64). La produzione (di massa) dei software che ci consentono di scambiare le nostre opinioni ha, invece, un impatto entropico marginale tendenzialmente nullo. Eppure entrambi incidono sul PIL. Su Marx, vedi più avanti.

    Per Antonella e Giuseppe. Di fatto, chiunque intervenga a sostegno della decrescita ne fornisce la propria personale definizione (un po’ come quando si discute di Dio) – è accaduto anche in questa breve discussione. Ciò, naturalmente, rende sempre possibile eludere ogni confronto serrato sulle questioni poste, ma solleva un enorme problema di ecologia del linguaggio (e del pensiero). Dopodiché, se “decrescita” significa “fare in modo che ognuno in questo mondo abbia una vita dignitosa e [essere] per la salvaguardia dell’ambiente” (Antonella) oppure “consumare meno metano x il riscaldamento” (Giuseppe) allora io sono un decrescita integralista. La cosa mi/ci fa sentire meglio? Sì, molto. Modificherà i rapporti di produzione capitalistici? Non scherziamo.

    Per Leonardo. Telegraficamente.
    1) Il sistema capitalistico è guidato dalla logica del profitto, non della crescita dei valori d’uso. Quanto alle politiche economiche adottate in Italia e in Europa, queste sono improntate all’austerità fiscale, e non certo alla crescita economica. Gli anni 60 se ne sono andati da un pezzo.
    2) Latouche vuole consumare e far consumare di meno? Inizi a prendere meno aerei e a far stampare meno libri: si sentirà subito meglio. Salariati, pensionati, precari e disoccupati, anche nei paesi occidentali, hanno ben altri problemi di consumo da risolvere.
    3) Non è di “statalismo” che si discute, ma di Stato e di produzione pubblica. Questa è condizione necessaria, anche se non sufficiente, per avere una qualche forma di controllo democratico sulla composizione della produzione. Cosa, come e quanto venga prodotto dipende poi dalle priorità che una comunità si dà (e l’URSS, mi risulta, era in altre faccende affaccendata, tipo quella cosa della guerra fredda). Il resto è fuffa.
    4) Nell’articolo i termini “spesa pubblica” e “deficit spending” non compaiono mai (perché ritengo che, di nuovo, siano condizione necessaria per ridar fiato all’economia, ma non sufficiente). Comunque, il rendimento dei titoli del debito dipende dalle politiche della banca centrale, non da leggi di natura. La BCE è un’anomalia e va cambiata, altrimenti l’Euro salta (ed è meglio prepararsi ad uscire). Venendo ai salari, ciò che conta per un’impresa è il costo del lavoro per unità di prodotto, ossia il rapporto tra salario per unità di lavoro e prodotto per unità di lavoro. Bisogna agire su entrambi i fattori al fine di determinare un riequilibrio dei conti con l’estero dei paesi-membri dell’Eurozona. Il problema è, infatti, tutto interno alla zona Euro, e l’introduzione di uno “standard salariale europeo” potrebbe facilitare tale riequilibrio. D’altra parte, le imprese stanno già chiudendo, perché non ci sono commesse, e non per la crescita dei salari. Certo, decuplicare il costo dei carburanti, come propone Latouche (a proposito: da quando la sinistra è per l’aumento delle imposte indirette?), chiuderebbe ogni discussione, ma non nel senso da voi auspicato. Infine, proprio perché ho leggiucchiato qua e là il Capitale so che il capitalismo sta sempre tra l’incudine di una crisi di profittabilità e il martello di una crisi di realizzo. Ma sono sempre disponibile a prendere lezioni (con punti esclamativi e tutto il resto), così come – compatibilmente con i miei impegni nella perfida Albione – a partecipare a dibattiti pubblici sul tema.

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  12. Alessio 26 giu 2012 a 15:35

    E’ curioso vedere i descresciti come Leonardo ripetere a papagallo tutti i luoghi comuni cari ai neoliberisti. Innanzitutto colpisce la tesi secondo cui la spesa in defict aumenterebbe il costo della spesa per interessi sul debito: peccato che tutti coloro che vivono sulla terra sanno benissimo che le politiche pro cicliche aumentano il rapporto debito/pil, (basta vedere cosa è successo ai paesi a cui è stata imposta la cura della Troika, oppure leggere le stime per l’Italia per il 2014 che prevedono un incremento fino al 137% del pil ) e che il contenimento degli interessi sul debito dipende anche dalla mancanza di cambi flessibili e dal fatto che la causa delle crisi dell’eurozona affonda le proprie radici negli squilibri delle partite correnti, e quindi da un debito privato ed estero ( l’aumento dei debiti pubblici è un effetto, dovuto più che altro al fatto che gli stati hanno assorbito le perdite delle banche e affrontare il calo del gettito fiscale conseguente alla recessione). Basterebbe semplicemente guardare in faccia alla realtà oppure in alternativa conoscere almeno le basi dell’aritmetica. Ancora più curiosa poi è la preoccupazione per un eventuale aumento dei livelli salariali e la conseguente perdita di competitività delle aziende, il che è un segno molto eloquente non solo della non conoscenza delle cause reali che hanno scatenato la crisi ( la finanziarizzazione dell’economia è un effetto), ma soprattutto dell’inadeguatezza delle tesi decresciste che omettono sistematicamente il fatto che è impossibile preveservare l’ambiente dentro una cornice di competizione selvaggia che spinge le aziende alle famose esternalizzazioni dei costi ( traduzione, scarico sulla colletitività dei costi ambientali e sanitari). Infine non sarebbe male fare un bilancio sulle famose esternalizzazioni dei servizi nel settore dei rifiuti. Ci sono dei fatti innopugnabili che sono sotto gli occhi di tutti, dall’Enermabiente di Napoli alla Enertech in Calabria, solo per citare due perle che dimostrano a tutto il mondo la famosa efficienza privata nei settori che riguardano i servizi essenziali ai cittadini.

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  13. Alessio 26 giu 2012 a 16:05

    Manca un passaggio, volevo dire che: “l’impossibilità” di contenere gli interessi sul debito dipende anche dalla mancanza di cambi flessibili e dal fatto che agire sulla finanza pubblica quando gli squilibri sono stati generati dal settore privato ( le famose misure ideologiche pro cicliche), aggrava i problemi.

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  14. Leonardo 26 giu 2012 a 18:26

    Caro Giulio Todescan,
    mi sono forse mal espresso, cerco di spiegare meglio quanto detto: nell’attuale contesto economico globalizzato l’aumento del costo del lavoro, ahimè, riduce la competitività delle aziende operanti in settori e mercati esposti alla concorrenza internazionale e rischia di far loro perdere quote di mercato e quindi portarle a ridurre l’occupazione. La mia esperienza mi porta a pensare che nell’era della globalizzazione il conflitto fra lavoro e capitale, fra profitto e salario, fra padrone e lavoratore perde molto del significato e del valore che aveva fino agli anni ’80.
    Per questo credo che l’unico modo per evitare che il costo del lavoro diventi sempre di più – come giustamente sottolinea Passarella – elemento determinante nella competizione internazionale, per ridare quindi un senso alla dialettica fra datore di lavoro e lavoratore senza la spada di Damocle del social dumping da parte dei competitor o della delocalizzazione delle attività produttive in paesi a basso salario e, infine, per fare in modo che le politiche economiche adottate da un governo possano pienamente esplicare i propri effetti senza essere vanificate o addirittura diventare controproducenti (come l’aumento del costo dei carburanti proposto da Latouche) nell’ambito dei mercati integrati, bisogna reintrodurre vincoli alla libertà circolazione dei capitali e delle merci.

    In merito alla risposta di Passarella alle mie osservazioni rilevo che aldilà di un po’ di sterile polemica sugli aerei presi da Latouche, di nostalgia per l’IRI (al netto dei boiardi di Stato, delle inefficienze e degli sprechi che quelle aziende producevano) e di (condivisibile) critica al ruolo e alle funzioni della BCE, non trovo traccia di risposta alle due domande chiave che avevo posto:
    - con quali risorse si attuano politiche salariali espansive e produzione pubblica?
    - davvero vogliamo che le decisioni di politica economica vengano prese in un luogo così distante (Bruxelles) rispetto ai luoghi dove esse hanno le loro conseguenze reali?

    Ma poi accrescere la produzione di cosa e a che scopo? In un sistema economico meno esposto alla competizione di quello attuale, politiche economiche finalizzate alla piena occupazione potrebbero essere realizzate senza aumentare i debiti sovrani (voglio azzardare: col pareggio di bilancio!), restituendo ai governi democraticamente eletti la sovranità monetaria, la sovranità di decidere a quali redditi e ricchezze aumentare le tasse, a quali ridurle, quali settori produttivi incentivare e quali penalizzare, ridurre l’orario normale di lavoro, attuare politiche di salvaguardia dell’ecosistema ambientale quale quella di Latouche di decuplicare il costo del carburante (che poi significa semplicemente e giustamente far pagare le esternalità negative generate sulla collettività e sull’ambiente dalla produzione e dal consumo di tali beni).

    Grazie per l’interessante discussione.

    PS: lo standard salariale europeo non mi sembra una grande idea: se lo si fissa su un valore monetario ci troveremmo nella paradossale situazione del rumeno che guadagna in termini reali il triplo di un francese, se lo si fissa invece su un valore reale non risolverebbe il problema del differenziale del costo del lavoro esistente fra i diversi paesi.

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  15. Marco Passarella 26 giu 2012 a 19:45

    Se la BCE fa la banca centrale, le risorse monetarie non sono un problema, per definizione. Quelle reali sono, invece, i milioni di inoccupati e le migliaia capannoni abbandonati. Su Bruxelles (anzi Berlino): chiaro che a queste condizioni no, l’idea non mi alletta. Meglio uscire subito dall’Euro (e rimettere in discussione la stessa UE), allora. Infine, sullo standard: l’aumento (differenziato) dei salari va fissato in termini nominali. L’aumento delle esportazioni dei paesi (inizialmente) in deficit e la riduzione delle stesse dei paesi (inizialmente) in surplus è poi in grado di generare automaticamente un riequilibrio nei livelli di produttività del lavoro e dunque anche un tendenziale riallineamento dei salari reali. Vi sono, infatti, evidenze empiriche molto robuste circa una correlazione positiva tra export e produttività (relazione nota in teoria economica come legge di Kaldor-Verdoorn), con il nesso di causazione dominante che va dal primo fattore alla seconda. Su questo punto posterò tra un settimana circa una versione estesa di un articolo uscito in versione ridotta su Il Fatto Quotidiano di oggi.

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    • Alejandro 11 dic 2012 a 07:35

      Caro Fabrizio hai mai provato a lararove in un cantiere edile? Penso proprio di no. E lo si capisce da quello che hai scritto riguardo a mestieri e professioni.Un sacco di cemento pesa 25 kg ed in un cantiere se ne movimentano parecchi; nei cantieri pif9 grandi con attrezzature meccaniche mentre nella maggior parte dei cantieri edili delle medie e piccole imprese si viaggia a cariola od a braccia.Qui non e8 questione di dominante od alfa o beta o quote rosa..e8 questione di intelligenza e buon senso.Se il tuo modo di pensare e vedere diventasse dominante si potrebbero avere allora incontri di pugilato tra uomini e donne (per tornare ad un esempio a te caro) vista la totale ugualianza di generi .Si e8 combattuta e si combatte tutt’ora una battaglia per il riconoscimento dei lavori usuranti e la tua proposta sarebbe quella di renderli usuranti per tutti? Non sarebbe meglio pensare a renderli MENO usuranti?E’ questo il punto di vista che mi sfugge; percepisci l’orrore della guerra ed il tuo unico pensiero e8 renderla uguale non cercare di evitarla.a.y.s. Bibi

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  16. Marco Passarella 26 giu 2012 a 19:48

    (l’articolo in questione uscirà sul mio sito, naturalmente)

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  17. Lorenzo 28 giu 2012 a 16:40

    Aggiungo una piccola nota su quello che ha detto Marco, di cui condivido tutto.

    A dispetto di quello che dice Latouche, ad oggi, il paese che ha proposto la più grande autoriforma in senso ecologico è proprio un paese in via di sviluppo, che percorre una strada di avvicinamento al socialismo,cioè la Cina.

    Come su altri temi, il diffondere alternative basate sul mero volontarismo, oltre che sullo sdegno morale, risulta inutile e fuorviante. L’unica alternativa al libero mercato è una forma di pianificazione dell’economia. Sarebbe molto meglio discutere su quali errori sono stati compiuti in passato e su come concepire i prossimi tentativi di pianificazione.

    Quello che noto è la fine dell’egemonia decrescista, così come quella di tante altre ideologie a mio parere piccolo borghesi (vd. terzo capitolo del Manifesto di Marx), su larga parte della società. Gli effetti della crisi si fanno notare non solo sui redditi e gli stili di vita del ceto medio, ma anche sulla sua ideologia.

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  18. Piero Iannelli 03 lug 2012 a 13:27

    L’età della pietra non finì perchè finirono le pietre.
    Le risorse si evolvono, nel senso che la tecnologia permette di trasformare in risorse ciò che rima era considerato inutile .
    Solo 300 anni fà il petrolio era notoriamente inutile, così come l’uranio.

    Questo è Malthusianesimo che impone il controllo delle nascite e auspica il ricorso a strumenti tesi a disincentivare la natalità, al fine di evitare il deterioramento dell’ecosistema terrestre. La famosa “GAYA” di James Lovelock teoria per cui si considerare il pianeta un unico organismo vivente.

    Perfettamente descritto in questo schema:

    Manifesto neomalthusiano

    http://www.nogenocidio.com/2009/01/manifesto-neomalthusiano/

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  19. Marco Passarella 03 lug 2012 a 14:45

    A proposito di morti, ecco il link all’articolo a cui ho accennato nei commenti precedenti:

    http://www.marcopassarella.it/2012/07/03/dio-e-morto-marx-e-morto-e-pure-leuro/

    Saluti

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  20. luciano panato 03 lug 2012 a 17:29

    Egregio Professor Passarella, potrebbe chiedere al Professor Brancaccio di linkare qui un suo vecchio articolo del 10 settembre 2010 pubblicato sul quotidiano Liberazione dal titolo:” Moneta per il lavoro e per l’ambiente. che ne pensa Sartori”. così i decrescisti ma anche no si fanno un’idea cosa è in gioco da anni sulla questione ambiente/economia. grazie.
    Ps: anche l’ideologo di Grillo prevede che bisogna portare la popolazione del mondo a un miliardo. non spiega come. o meglio prevedendo l’ideologo di Grillo una guerra contro l’Iran nel 2020 si capisce come ci si arriva.

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  21. Marco Passarella 03 lug 2012 a 17:43

    Ecco il link all’articolo in questione:

    http://www.resistenze.org/sito/os/ip/osip5i13.htm

    marco

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  22. ory 10 lug 2012 a 20:28

    stupefacente il confronto fra questo dibattito ( la mia ammirazione è per tutti i partecipanti ) e quello, quasi contemporaneamente in corso, fra veri o sedicenti 5 stellisti.
    E poi si dice della politica…..

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    • giordano lain 11 lug 2012 a 14:52

      andiamoci piano che i 5 stellisti, come li chiama lei hanno la decrescita nel dna.

      Rispondi
      • ory 13 lug 2012 a 21:40

        appunto, e qui la decrescita ne esce con le ossa rotte.. Comunque mi riferivo allo stile – o nonstile – del dibattito.

        Rispondi
  23. Marco Fascina 11 lug 2012 a 09:43

    In questa interessante discussione vorrei introdurre un’assente.
    Il Prof. Nash, il quale ha dimostrato che Adam Smith aveva torto.

    L’attuale sistema economico poggia su un falso mito, la sua efficienza, in realtà questo sistema è un sistema estremamente inefficiente, la critica principale che la teoria della decrescita porta all’attuale sistema è la sua inefficienza. A volte gli stessi decrescisti se ne dimenticano.

    Che la teoria della decrescita non sia un vangelo, questo lo dice lo stesso Pallante, il quale parla di processo evolutivo di decrescita, almeno questo è quello che ho capito quando sono andato ad una sua conferenza. La teoria della decrescita poggia a mio avviso sulla confutazione fatta da Nash alla teoria liberista di Smith, e rappresenta un percorso non un dogma.

    Se non riconosciamo che l’attuale sistema è inefficiente, e quindi bisogna pensare in modo diverso non usciremo dalla contrapposizione crescita/decrescita.

    Il processo evolutivo di decrescita, apparentemente un ossimoro, significa per esempio, che un incidente stradale non sia considerato come incremento del pil.

    Rispondi
  24. Massimiliano Leone 11 lug 2012 a 11:12

    Anch’io vorrei introdurre una piccola provocazione: utilizzare le categorie della scienza economica per contestare la Decrescita Felice è un esercizio a dir poco complicato. Cmq si rischia di entrare in un territorio più filosofico che altro (può essere anche piacevole, per carità, tra l’altro si parla di Marx, quindi siamo in tema). Anche se l’economia di per sé è una scienza umanistica … Credo che stiamo vivendo un momento storico di rottura rispetto agli schemi e alle categorie consolidate (socio-economiche). Quindi tutti facciamo fatica a decifrare la realtà, come un Kant di fronte a un ornitorinco … Le nostre scienze sono sistemi chiusi con qualche finestrella aperta sull’infinito. In questi momenti dobbiamo pensare in grande e mettere in discussione le nostre certezze. Il PIL, lo spread, le teorie economiche, gli economisti (che finora ci hanno azzeccato poco se non ex-post) … Oggi mi affiderei a un poeta piuttosto che a un economista … Oppure a un artigiano, a un falegname, a un padre, e via dicendo … Non è una critica, per carità, ognuno fa il suo mestiere come meglio può … finché ce l’ha …

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  25. Marco Passarella 11 lug 2012 a 12:05

    Vedo che la discussione prosegue. Aggiungo due contro-commenti veloci.

    1. Nash non ha dimostrato “che Adam Smith aveva torto”, ma che in un gioco non-cooperativo a somma zero il perseguimento dell’interesse individuale può portare a risultati socialmente sub-ottimali (o non-Pareto-efficienti). Il bersaglio non è, dunque, Smith (il quale era tutt’altro che un cantore ammirato del libero mercato, a dispetto dell’abusata quanto fraintesa metafora della “mano invisibile”), ma semmai i suoi odierni interpreti volgari. Peraltro, che le economie capitalistiche di mercato tendessero al disequilibrio, ovvero ad equilibri sub-ottimali, lo avevano già spiegato bene Marx e Keynes, per fare solo due nomi, ben prima di Nash (e dei successivi risultati teorici di Sonnenschein). Ed è uno dei punti fermi delle tradizioni di pensiero economico critico (marxista, post-keynesiana, istituzionalista, ecc.). Dunque, nulla di nuovo sotto il sole (tranne il fatto che siamo alla quarta definizione di “decrescita” in una manciata di commenti).

    2. A proposito di pensiero economico critico: scrivere che gli economisti “ci hanno azzeccato poco se non ex-post” è non soltanto una generalizzazione indebita, ma mostra quanto difficile sia, anche nell’era di internet, far passare informazioni fuori dal circuito mediale mainstream. Economisti come Wynne Godley (per fare un nome solo, ma ve ne sono molti altri) avevano preannunciato la crisi da tempo (si veda l’articolo del 1999 per il Levy Institute, intitolato “Seven unsustainable processes”). E in Italia, due estati fa, oltre 300 economisti “critici” hanno sottoscritto una lettera in cui si preannunciava che le misure di austerità avrebbero avuto come esito inevitabile quello di aggravare la crisi. Evidentemente, qualcuno, specie a sinistra, invece di studiare i problemi e di informarsi, come si faceva un tempo, si è affidato “a un poeta … Oppure a un artigiano, a un falegname, a un padre, e via dicendo … “, salvo poi scoprire di faticare non poco a “decifrare la realtà” (ma “non è una critica, per carità”). Comunque, sulle ragioni della debacle previsionale degli economisti sans phrase, segnalo un mio vecchio articolo:

    http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/la-scienza-triste-e-la-farfalla-di-lorenz/

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  26. Marco Passarella 11 lug 2012 a 12:31

    Errata corrige: gioco non-cooperativo e NON necessariamente a somma zero

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  27. Massimiliano Leone 11 lug 2012 a 15:49

    Sig. Passarella, non capisco l’ironia piccata… d’altronde anche lei, da esperto in materia (io non lo sono, si può facilmente capire, preferisco la poesia) ammette che alcuni economisti hanno annunciato la crisi da tempo e che le misure di austerità avrebbero avuto come “esito inevitabile quello di aggravare la crisi”. Alcuni, appunto. E’ una scienza fallibile, come tutte le nostre scienze. Ci sono fior di esperti di economia che hanno creato prodottini sfiziosi come i subprime. Saranno forse gli economisti “mainstream” (quelli più noti, immagino, …). Io se fossi un capo di stato farei fatica a scegliere quelli buoni da quelli cattivi, forse dovrei chiedere a un super tecnico sperando nella fortuna, ché magari mi capita uno come Monti! Non saprei, sono più confuso di prima! Non sono un intellettuale di sinistra. Nonostante ciò, anch’io, come questi, quando voglio approfondire un tema di economia mi rivolgo agli astri, magari non ci azzeccano, ma almeno mi fanno sognare …

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  28. Marco Passarella 11 lug 2012 a 17:40

    Nessun livore. Il punto è che per centinaia di migliaia di giovani (e meno giovani) lavoratori precari italiani come me esiste soltanto l’incubo di non riuscire a pagare l’affitto e a garantire a se stessi e ai propri cari una vita dignitosa, nonché la rinuncia alla soddisfazione di bisogni primari elementari, come quello di paternità (sì, anche gli “economisti” possono desiderare di diventare padri). La poesia di Brecht serve a penetrare la realtà e a trasformarla: se è di quella poesia che stiamo parlando, che cento fiori fioriscano, come recitava un tale di Shaoshan. I sogni ad occhi aperti (su astri e falegnami), invece, non ci servono. Quello di cui abbiamo bisogno sono chiavi di lettura del reale, e l’economia politica (o meglio la sua “critica”) è forse lo strumento più importante (al punto che, personalmente, pur non avendo il sangue blu, ne ho fatto un mestiere), anche se non sufficiente. Quali economisti ascoltare? È facile: quelli che stanno dalla parte dei salariati.

    Rispondi
  29. Massimiliano Leone 12 lug 2012 a 09:41

    Questo suo commento mi piace assai! Ora posso aggiungere un terzo motivo per cui lei mi sta simpatico anche se non ho il piacere di conoscerla. Lei è preparato e si capisce. Inoltre nel titolo viene definito come “marxista”. Ho incontrato Marx nei mei superficiali studi universitari e – forse sbagliando – ne ho sempre colto qualcosa di romantico… L’artigiano, il falegname, a suo modo il poeta, sono metafore di soggetti che nel nostro racconto si sono realizzati e non alienati… Io credo che Marx li ascolterebbe volentieri, no? E non a occhi aperti. Infine, da padre salariato a rischio e figlio di operai, condivido a pelle il suo criterio di demarcazione (“economisti che stanno dalla parte dei salariati”). Ora leggerò il suo libro. :)

    Rispondi
  30. Marco Fascina 12 lug 2012 a 15:48

    “Nash non ha dimostrato “che Adam Smith aveva torto”, ma che in un gioco non-cooperativo e NON necessariamente a somma zero, il perseguimento dell’interesse individuale può portare a risultati socialmente sub-ottimali (o non-Pareto-efficienti).”

    Caro Professor Passerella,
    sappiamo tutti che il confronto tra equilibrio di Nash e ottimo paretiano mette in discussione la generalità di quanto sostenuto da Adam Smith. Egli infatti riteneva che se ogni componente di un gruppo persegue il proprio interesse personale e vi sono condizioni di concorrenza perfetta, l’equilibrio che ne esce è uno nel quale ogni azione individuale accresce la ricchezza complessiva del gruppo. Un ottimo di Pareto, insomma. Oggi invece sappiamo che se ogni componente del gruppo fa ciò che è meglio per sé, il risultato cui si giunge è, in generale, un equilibrio di Nash ma non necessariamente un ottimo di Pareto: è quindi possibile che, se ogni agente fa solo il proprio interesse personale, si giunga ad un’allocazione inefficiente delle risorse.

    Il sistema economico attuale si basa sul prevalere dell’interesse personale, o di un comparto, ad esempio quello finanziario, misurare la crescita in termini di PIL non significa che questo sia un ottimo, la situazione attuale dimostra che siamo in un sistema inefficiente.

    A mio parere continuare a proporre soluzioni in una logica inefficiente è irresponsabile, ripeto, a mio avviso la teoria della decrescita evidenzia principalmente l’inefficienza di questo sistema, e la necessità di cambiare organizzazione del sistema economico. Se lei è convinto che questo sistema basato sulla crescita quantitativa non sia in discussione, abbiamo due prospettive diverse.

    Rispondi
  31. luciano panato 12 lug 2012 a 18:11

    molti decrescisti rispetto all’ineffecienza del modo di produzione capitalista tendono a dire che ci si salva solo riscoprendo un modo di produzione personale che scambia merci con altri soggetti anche loro non soggeti alla tirannia del lavoro salariato . fin qui tutto positivo. ma se ogni giorno sperimentiamo sulla nostra pelle l’incipit con cui Marx concludeva il primo libro del capitale: “il modo di produzione e di accumulazione capitalistico,e perciò pure la proprietà privata capitalistica, conducono irremediabilmente alla soppressione della proprietà privata che si basa sul lavoro personale, vale a dire conducono all’espropriazione del lavoratore”, come pensano di uscirne i decrescisti cher non rinunciano a un progetto collettivo?

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  32. Antonella 14 lug 2012 a 01:19

    la decrescita insegna che ci possiamo anche fare il pane e possiamo cucinarci i nostri cibi senza spendere un sacco di soldi per comperarci cibi precotti pieni di conservanti e se i cibi ce li autoproduciamo o andiamo a comperaceli da un produttore a chilometro zero magari bio risparmiamo sia per il clima sia per rapporto qualità prezzo sia per controllo di come viene fatto il lavoro.Certo che non possiamo farci tutto, ma comperandoci solo esclusivamnte quello che serve produrremo meno rifiuti e ci sarà più cibo per tutti.Non ci rendaimo conto infatti che per tenere ricco l’occidente facciamo morire di fame e sete tre quarti di umanità…la nostra decrescita sarà finalmente la loro crescita per un mondo dove tutti abbiano uguali diritti almeno il diritto a una vita dignitosa

    Rispondi
  33. luciano panato 14 lug 2012 a 10:43

    Antonella guarda che già oggi c’è cibo per tutti. la popolazione mondiale e sui 7 miliardi e passa. .si produce cibo per 12 miliardi di persone. ricordati che il limite del capitale è il capitale e che il capitale è un rapprto sociale. tutti quelli che saranno licenziati dalle catene produttive visto che ognuno si farà le merci necessarie per sè. dove andranno e che reddito avranno?. è sempre bello fantasticare.. ma nella vita c’è chi può farlo e chi no. leggiti nel primo libro del capitale quanto scritto sulla colonizzaziione dell’America del Nord, dove molti scappavano dal sistema industriale inglese ed europeeo, pensando di vivere del loro lavoro e poi anche lì arrivano i trust che salarizzano i piccoli proprietari terrieri. e che fa scrivere a Marx quella frase che ho citato nel precedente commento. comunque buona decrescita per te e coloro che hanno trovato il senso della loro vita e sono usciti dalla schiavutù del lavoro salariato. Ps: potrei sapere il reddito medio dei decresciti. è superiore al reddito di un cassintegrato, di un precario , di un’operaio specializzato?

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  34. Antonella 14 lug 2012 a 22:34

    questo dimostra che di decrescita non hai capito un bel niente Luciano..primo: al mondo ci sono migliaia di persone che invece muoiono di fame e di sete e per le guerre mentre noi qui buttiamo un sacco di cibo e secondo : non ho detto che dobbiamo farci tutto ma almeno imparare a farlo non si sa mai con questa crisi.Terzo: non dobbiamo fabbriccare quello che non ci serve.Esempio delle armi possiamo fare a meno e anche della TAV e della Pedemontana , la Valdastico ne nuovi centri commerciali e invece non fabbrichiamo quello che ci serve cioè scuole pubbliche asili università e non promuoviamo tutti l’agricoltura biologica. Ci servono nuovi lavori per i nostri giovani che se ne stanno tutti andando via qui il loro futuro è da precari o disoccupati perenni. chiudono tutte.Non Questo è decrescere e se volete tutti saperne di più venite ad Arzignano il 24 luglio che ci sarà Gianni Tamino che lo spiegherà meglio di me. Lo dico come comunista convinta non sono del m5s sono comunista e penso che la decrescita sia la via della nostra salvezza

    Rispondi
  35. Antonella 14 lug 2012 a 22:40

    aggiungo questo non è vivere è tutto sbagliato dobbiamo rendercene conto ( scusate se sopra ho saltato dei pezzi ma non si vedeva più dove scrivevo non scorreva lo spazio) le fabbriche stanno tutte chiudendo ci sono migliaia di nuovi disoccupati ogni giorno di più fino a che ci renedermo conto che si inverte la marcia ma per fortuna in molti lo stanno facendo ci sono infatti migliaia di esempi stupendi che ti fanno capire quanto importante sia questa decrescita. A fine settembre ci sarà un convegno nazionale sulla decrescita a Venezia a proposito invito i contrari a partecipare…alla fine ti renderai conto che sono le tue stesse idee anticapitaliste

    Rispondi
    • Andirivieni 14 lug 2012 a 23:52

      Mi domando sempre dov’era ‘sta gente quando questa società sbagliata veniva creata e consolidata.

      Rispondi
  36. luciano panato 14 lug 2012 a 23:06

    io ho sempre da imparare da persone come te. non capisco nulla del mondo vivo in un mio mondo di balocchi e soprattutto non ho i maestri che mi istruiscono.

    Rispondi
  37. Alberto Belloni 15 lug 2012 a 00:05

    Io penso che bisogna chiedere tutto per ottenere quancosa. Bisogna avere gli occhi bendati per non rendersi conto della folle discesa verso baratro lungo la quale ci sta spingendo la logica della crescita senza fine. Forse il modello capitalistico non si farà sostituire tanto facilmente, lo ammetto. Ma cominciamo a mettere in dubbio una volta per tutte i suoi pilastri intoccabili, tipo l’aumento del PIL, la dilatazione dei consumi, la speculazione parassitaria, il monetarismo ecc. ecc. Senza la crescita non ci sarà lavoro, aumenterà la povertà, arretreremo culturalmente? Ma chi l’ha detto? Proviamo a muovere qualche passettino in direzione contraria e poi stiamo a vedere. Magari potremmo avere delle sorprese interessanti. E gradevoli per noi poveri diavoli. Forse per Supermario e per la sua congrega di banchieri non tanto… Ma chissenefrega!

    Rispondi
  38. Antonella 15 lug 2012 a 00:12

    non devi imparare niente da me per carità non sarò io a farti cambiare idea se mai la cambierai…comunque un esempio di decrescita è non bere coca cola ti metterai a ridere vero? eppure la coca cola non dovrebbe essere più prodotta visto il male che fa alla nostra salute e all’umanità ed al suo posto possiamo fare succhi di frutta dove dentro mettiamo vera frutta senza coloranti e pesticidi e bevande dove non ci siano ingredienti segreti e dove le multinazionali non ci mettono piede e che l’acqua per fare queste bevande non venga rubata a chi la usa per irrigare i suoi campi. Si restituisce il male fatto si da indietro il male che abbiamo fatto alla terra. Il salario di una persona che ha capito la decrescita non è più alto del tuo è molto più inferiore decrescere non è da ricchi è da chi ha capito che non si va avanti così

    Rispondi
  39. per la decrescita 15 lug 2012 a 00:20

    Andirivieni c’eravamo e lottavamo allora come ora solo che ora la lotta ha cambaito nome ma è sempre lotta anticapitalista vi da fastidio il de metteteci pure un ri e ricrescita che promuove la vita non la morte come fa l’attuale crescita

    Rispondi
    • Andirivieni 15 lug 2012 a 17:10

      E’ veramente singolare: questa situazione sembra essersi creata da sola.
      Speriamo che non seguiate le orme dei vostri amici “anticapitalisti” cinesi o russi.

      Rispondi
  40. Antonella 15 lug 2012 a 00:29

    bere coca cola aumenta il PIL la decrescita invece ti fa capire che se non la beviamo e il PIL non aumenta ma cala…ma cresce la consapevolezza delle persone a un ingiustizia di cui siamo tenuti all’oscuro http://www.youtube.com/watch?v=Nb5_tM7BxBo invece di far lavorare le persone in questa multinazionale creiamo dei marchi locali e facciamoci le nostre fabbriche

    Rispondi
  41. Marco Passarella 15 lug 2012 a 10:39

    Mi sono perso un po’ di passaggi. Mi pare, però, di poter individuare un punto fisso. Ogni volta che un “decrescista” interviene nella discussione, il caos cresce esponenzialmente. Fabbriche fai-da-te, beveroni a base di frutta, anti-monetarismo (?!), autarchia culinaria, marchi locali, complotti globali, ecc., ce n’è per tutti i gusti. Discutere e confrontarsi, in queste condizioni, diviene pressoché impossibile. Ecco, se c’è una cosa che mi fa incazzare dei decrescisti (e della sinistra in genere, a cui i decrescisti dicono solitamente di appartenere, anche se usano argomentazioni che sarebbero tranquillamente sottoscrivibili dalla neo-destra) è il non riconoscere che ci sono conoscenze e competenze che richiedono decenni di studio (possibilmente “militante”) per essere acquisite. Il capitalismo è un sistema complesso e proteiforme, e il suo superamento non può essere affidato alle fantasticherie di qualche anima bella occidentale. D’altra parte, se, molto più modestamente, ci si vuole limitare a discutere di crescita economica e di PIL bisogna assicurarsi almeno di padroneggiare tali categorie. Un tempo questa conoscenza di base veniva fornita dalle scuole di partito, mentre un po’ di disciplina garantiva contro la possibilità che tutti pretendessero di discutere di tutto. Oggi, in tempi di web-crazie, one-man-party e liste elettoriali alberghiere – insomma, di società fluide (che vorrà dire, poi…) – siamo, mi pare, alla Corrida di Corrado. Da bambino la adoravo. Da bambino, appunto.

    Rispondi
  42. Alberto Belloni 15 lug 2012 a 10:54

    Passarella ha un buon curriculum ed ha quindi diritto di esprimere un’opinione basata su “decenni di studio”. Io che sono soltanto laureato in economia (e non sono di sinistra) mi accontenterei che non si unisse al coro dei “non si può fare”… Lui osserva giustamente che il capitalismo è un sistema complesso e proteiforme. Io aggiungerei, riferito al capitalismo di oggi, trasformista e mutevole. Tanto da sfuggire, almeno in parte, alle analisi effettuate con le categorie di pensiero tradizionale. Facciamo così: io smetto di parlare di decrescita per manifesta mancanza dei “decenni” di miltanza in campo macroeconomico. Lui smetta di asserire: “la decrescita non si può fare”. E’ un buon compromesso?

    Rispondi
  43. Marco Passarella 15 lug 2012 a 12:05

    E dove avrei scritto/detto che “la decrescita non si può fare”?! Prego Alberto di indicare il punto esatto, visto che l’ha addirittura virgolettato.

    PS: la decrescita, se le parole hanno ancora un senso, è già in atto. Va da sé che è tutt’altro che conviviale e felice.

    PPS: la “militanza” a cui mi riferivo è quella politica, non certo quella accademica.

    Rispondi
  44. Antonella 15 lug 2012 a 12:38

    quella in atto sotto gli occhi di tutti signor Marco è la crisi fatta da tanti anni di malgoverno…la decrescita felice invece se veramente attuata può renderci davvero tutti più felici cominciando con il cambiare in meglio il nostro stile di vita cominciando a essere noi a decidere cosa mangiare e come vestirci senza ascoltare i media con una scelta etica e solidale sia fra noi e sia con i produttori anche del sud del mondo…ma siccome siamo mica tutti laureati come voi meglio che venite o ad Arzignano o a Venezia ad ascoltare chi è anche con un curriculum più ricco del vostro a proporla. Io non sono laureata ma nel mondo dell’equo e solidale e di progetti di mircocredito e di cooperazione ci sto da una vita e posso testimoniare che un mondo migliore è possibile basta volerlo ci sono già tantissimi esempi solo che non volete vederli e non volete ascoltarci

    Rispondi
    • Andirivieni 15 lug 2012 a 17:16

      Sono tutte sovrastrutture: perchè le sue dovrebbero essere migliori o più felici di quelle altrui?

      Rispondi
  45. Alberto Belloni 15 lug 2012 a 12:47

    La mia era una deduzione, leggendo i suoi interventi. Sono lieto che Marco non lo pensi… Certo è difficile, quasi al limite dell’utopico, immaginare una “fuga” dal robustissimo sistema economico che si è venuto a formare negli ultimi decenni. Credo che gli stessi studiosi classici del capitalismo avrebbero un qualche imbarazzo a decifrarlo fino in fondo. Lo stesso dibattito sull’euro (mutatis mutandis) fa capire che razza di meccanismi di protezione implementi al suo interno il grande gioco (ecco il mio riferimento al monetarismo). Teoricamente si può uscire dalla moneta unica, sul piano pratico ti massacrerebbero. Teoricamente si può non bere la Coca Cola, sul piano pratico è molto più complicato che fare la somma di piccoile azioni individuali. Ma dimmi che qualcosa si può fare per invertire questa follia collettiva… Ho tanto bisogno di qualche buona notizia!

    Rispondi
  46. Antonella 15 lug 2012 a 19:37

    ci sono molti esempi signor Andirivieni…. sono piccoli imprenditorie locali dove c’è un rapporto trasparente con il consumatore che in tantissimi progetti ne diventa sostenitore o collaboratore e così si elimina il capitale e queste sovrastrutture sono già visibili basta interessarsi e andare a visitarle. Si elimina lo sfruttamento sia dell’uomo sia del territorio e si lavora tutti per il bene comune non è felice questa idea di vita? certo che bisogna darsi da fare e far crescere questi stile di vita anche sopportando chi ti ferisce continuamente.La lotta al capitale è sempre stata difficile chi ci crede davvero è disposto a sopportare anche questo

    Rispondi
  47. luciano panato 15 lug 2012 a 21:45

    mi sembra che in questa intervista Francesco Gesualdi, che non può essere annoverato tra i miscredenti della decrescita felice muova alcune critiche a come viene prospettata la decrescita dai più. Gesualdi come il Professor Passarella scrive che c’è bisogno dell’intervento pubblico e della piena occupazione. ovvio che a condizioni oggetive date la decresita infelice dettata da chi ha il controllo della centralizzazione del credito ha più plausibilita quanto affermato dal Professor Passarella, che la prospettiva di Gesualdi. una domanda vorrei porre al professor Passarella: non ritiene che se i decresciti attuali leggessero o studiassero Galbraith ne ricaverbbero maggiori stimoli per capire la potenza del capitale e le loro armi spuntate (anche se loro sono felici così) nel volerlo piegare alle loro esigenze di una comunità felice? buona lettura

    Dossier Decrescita/3. Francuccio Gesualdi: “La decrescita non funziona se non dice come garantire a tutti i diritti fondamentali”
    intervista a Francuccio Gesualdi del Tuffatore

    Francuccio Gesualdi, coordinatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo e tra i fondatori della Rete Lilliput, pur partendo da un’analisi per molti versi comune a quella dei teorici della decrescita, preferisce parlare di “sobrietà”. Della decrescita non critica solo le scelte terminologiche, ma ritiene che non stia affrontando alcuni nodi essenziali del problema, a partire dall’occupazione e dalla garanzia dei diritti fondamentali per tutti. Il Tuffatore lo ha intervistato per capire meglio la sua posizione.

    Francuccio, anche tu, come chi si occupa di decrescita, con il tuo libro intitolato Sobrietà hai cercato di passare dalla protesta alla costruzione di una proposta di sistema, ritenendo che il lavoro fatto negli anni dal movimento altermondialista, di critica dell’esistente, fosse prezioso ma non più sufficiente. Quali sono i punti di contatto del tuo pensiero con la teoria della decrescita e quali invece i punti di divergenza?

    Il punto di contatto è che senz’altro il nostro mondo opulento deve ridurre i propri consumi e la propria produzione, su questo non ci piove. Però ritengo che ormai non possiamo più limitarci ad analizzare ciò che non va, ma dobbiamo tentare di immaginare come possa essere organizzata una nuova economia, sapendo che le regole che fanno funzionare l’economia di mercato non sono assolutamente sufficienti. Noi sappiamo che quando si parla di decrescita, i primi oppositori sono i sindacati e i partiti di sinistra, ancor prima della Confindustria. Le prime preoccupazioni sono per l’occupazione e per i diritti fondamentali, che tradizionalmente sono garantiti dal sistema pubblico. Basandosi sul sistema attuale, per garantire occupazione e diritti è necessario che l’economia cresca sempre di più. Nel momento in cui diciamo che l’economia deve decrescere, spetta a noi l’onere della prova di dimostrare che è possibile coniugare sobrietà con piena occupazione e soddisfacimento dei diritti fondamentali per tutti. Credo che sia questa la grande sfida che abbiamo di fronte.

    Quando nel 2005 è stato pubblicato il tuo libro, sobrietà era ancora una parola fuori moda. Oggi la sentiamo pronunciare sempre più spesso da voci autorevoli. Ad esempio, con quella che forse non è solo una singolare coincidenza, la parola ha caratterizzato i discorsi di fine anno sia del Presidente della Repubblica che del Papa. Ciononostante le ricette anticrisi, da destra come da sinistra, puntano tutto sull’aumento del potere d’acquisto delle famiglie perché si possa tornare a consumare e a far correre l’economia.

    E’ questa la contraddizione del sistema. Quando gli scienziati ci dicono che il clima sta impazzendo, ci diciamo tutti d’accordo sulla necessità di ridurre il consumo di combustibili fossili e le emissioni di anidride carbonica, poi però leggiamo i bollettini economici e diciamo che la produzione e i consumi devono ricominciare a crescere. Io credo che dobbiamo approfittare della crisi, per iniziare a concentrarci su come organizzare un’economia che concili l’esigenza di ridurre con l’esigenza di garantire occupazione e diritti.

    Hai qualche idea in merito?

    Secondo me la prima risposta da dare è che il lavoro è un falso problema. Nella nostra vita l’obiettivo non è il lavoro in sé ma avere determinate sicurezze. In questo sistema l’unico modo per avere queste sicurezze è comprare. Per comprare abbiamo bisogno di avere i soldi in tasca. Ma noi non disponiamo di altro che del nostro tempo e quindi dobbiamo vendere questo tempo sul mercato del lavoro per procurarci i soldi. Se noi riuscissimo a creare una condizione in cui quelle sicurezze che cerchiamo ci venissero garantite in maniera gratuita, non avremmo più bisogno di lavorare e non saremmo più legati all’esigenza della crescita.

    Ma come si fa ad avere queste sicurezze gratuitamente?

    Dobbiamo assolutamente rivalutare il ruolo del pubblico, perché solo la collettività può garantire a tutti i diritti fondamentali. Mi pare che il movimento della decrescita non abbia ancora messo a fuoco che l’unica via per dare una prospettiva realizzabile e acquisire credibilità è potenziare il ruolo dell’economia pubblica. Se non capiamo questo, finiamo per lanciare il messaggio che vogliamo una società più iniqua e più insicura ed è ovvio che nessuno ci seguirà.

    Ma l’economia pubblica e i servizi dello stato sociale si basano sulle tasse e quindi sulla crescita economica, quindi ritorniamo al punto di partenza.

    Dobbiamo capire come sganciare l’economia pubblica dall’esigenza di crescita. La mia proposta per farlo è passare dalla tassazione del reddito alla tassazione del tempo, che vuol dire che noi dobbiamo contribuire all’economia pubblica non solo con le tasse e con il denaro, ma con il nostro tempo. Ognuno dovrà lavorare meno per il denaro e lavorare di più e gratuitamente per garantire i servizi pubblici.

    (27 febbraio 2009

    Rispondi
  48. Antonella 16 lug 2012 a 00:07

    ma guarda un pò Luciano… ti ricordi che quando sono tornata da Cavatone dov’ero andata a sentire Francuccio in un importante conferenza poi ti avevo inviato la registrazione? diceva questo che mi hai scritto qui ora e infatti la rete di economia solidale insieme alla decrescita riuscirà a salvare l’economia e mi sembra che qui ci stiamo avviando verso questa via…logico che le decrescita da sola non può ma un esempio è che se non vogliamo nuove strade dobbiamo ridurre le auto se riduciamo le auto le fabbriche che le producono chiudono e allora c’è bisogno di fare solo quello che serve no?

    Rispondi
  49. Antonella 16 lug 2012 a 00:12

    Luciano guarda che la decrescita qui non c’è non possiamo essere felici ora è ancora tutto da fare…la stiamo solo studiando e promuovendo perchè ci sembra l’unica soluzione per un pianeta che non è infinito come risorse e territorio

    Rispondi
  50. Marco Passarella 16 lug 2012 a 18:24

    Caro Luciano, sì, certo, Galbraith è una lettura sempre stimolante. Casualmente, nelle prossime settimane dovrò recensire per una rivista l’ultima fatica del figlio, anch’egli economista “istituzionalista” di fama mondiale. D’altra parte, che si parli apertamente di intervento pubblico suona rassicurante, viste certe derive recenti dei “movimenti”. Il punto che, però, non viene colto, nemmeno nell’intervista che riporti, è che:

    i. Parlare di decrescita non significa alcunché, letteralmente. Di quale decrescita parliamo? Del PIL? E misurato come? In termini monetari o reali, a prezzi costanti o altro? A parità di potere d’acquisto? Totale o pro-capite? Per tutti i paesi del mondo o soltanto per alcuni? E se non è del PIL che parliamo, di che si tratta? Della quantità fisica di merci prodotte? Misurata come (visto che non si possono sommare pannelli solari e zucchine)? Oppure del loro impatto entropico? E, di nuovo, misurato come? Mi fermo qui.

    ii. Quanto alla “sobrietà”, questa attiene alla sfera dell’etica, dunque ad una dimensione individuale e soggettiva, (auspicabilmente) non passibile di essere imposta ad altri. O c’è qualche nostalgico del Ventennio? E comunque ciò rimanda al punto (iii).

    iii. Anche si trovasse una soluzione al punto (i), rimarrebbe da capire: chi stabilisce quanto e cosa deve decrescere? Come si prendono le decisioni? Attraverso le strutture rappresentative esistenti ovvero nuove forme di rappresentanza? E come si può imporre ad un privato, nell’ambito di un’economia capitalistica di mercato, la decisione di produrre di meno? Attraverso l’assegnazione di quote di produzione o altro?

    È evidente che il punto (ii) rimette a tema il rimosso: la presa del potere (delle classi lavoratrici) e il ruolo dello Stato in economia come fornitore di beni e servizi (e/o di pianificatore) di prima istanza e non soltanto come fornitore di domanda, o peggio come ancella del sistema bancario e dei mercati finanziari. Ma se è di questo che vogliamo iniziare/tornare a discutere – e io ne sarei ben felice – i troppi fraintendimenti su cui la cultura della decrescita (con il suo carico di sentimentalismo piccolo-borghese e di fraseologia millenaristico-stracciona) si basa, fungono solo zavorra ideologica. Tanto più che appaiono totalmente subalterni, ed anzi perfettamente funzionali, alla cultura dell’austerità, ossia al puntello ideologico delle politiche di privatizzazione, di distruzione dello stato sociale e di attacco alle condizioni materiali dei lavoratori – in nome della parsimonia e della sobrietà, naturalmente. In conclusione, quello che penso è che non ci siano scorciatoie allo studio serio dei problemi e alla lotta organizzata. Se qualcuno è interessato a modificare le proprie condizioni materiali e, magari, lo stato di cose esistente, e non semplicemente a soddisfare i propri desideri quaternari di autorealizzazione, farà bene a metterselo in testa. E alla svelta.
    Un saluto

    Rispondi
  51. Marco Passarella 16 lug 2012 a 18:28

    Errata corrige: “È evidente che il punto (iii) [e non (ii)] rimette…”

    Rispondi
  52. luciano panato 17 lug 2012 a 18:08

    egregio Professore, la ringrazio per la risposta. i suoi punti sono tutti condivisibili. è il nuovo soggetto politico del movimento della decrescita felice (perchè quello della decrescita infelice i più ne hanno paura, perchè elenca fatti non sensazioni), se c’è che dovrebbe essere stimolato dai punti elencati con precisione a darle delle risposte politiche nel senso più nobile del termine.

    Rispondi
  53. Antonella 18 lug 2012 a 00:30

    Il PIL può essere sostituito dal BES ( benessere equo sostenibile)anche la decrscita felice elenca fatti. fatti che rendono o renderanno la vita di migliaia di persone almeno dignitosa perchè ora con la crescita non lo è…

    Rispondi
  54. Marco Passarella 18 lug 2012 a 09:32

    BES? Mi ricorda un po’ la storia dell’esperanto…

    PS: a proposito di fatti, faccio di nuovo notare ad Antonella che la crecita di cui parla… non c’è. In Italia stiamo/state decrescendo da anni. Ci sarà decrescita quest’anno e pure nel 2013. Si rassicuri.

    PPS: provi a spiegare, che so, ai brasiliani o agli indiani che saranno più felici se decrescono. Per esperienza, consiglio la presenza di una guardia del corpo.

    Rispondi
  55. max 18 lug 2012 a 10:05

    scusate, il trucco è semplice:

    se decrescita = x – crescita

    [dove x è ancora un'incognita o un fattore etico]

    se poniamo che la crescita abbia valore negativo, come le previsioni del PIL, poniamo -2, allora:

    decrescita = x – [-2] = x + 3

    et voliat!!! torniamo in campo positivo e con la decrescita siamo tutti felici!

    Rispondi
  56. Antonella 18 lug 2012 a 14:28

    Grazie ad Alessio per aver postato la nostra locandina con l’invito del nostro gas all’iniziativa sulla Decrescita di martedì prossimo.Sul BES gentile signor Marco consiglio di leggere questo articolo.Poi le chiedo che senso hanno le sue domande riguardo andare a proporre la decrescita ai brasiliani e agli indiani che magari sono più avanti di noi su questo tema solo che magari usano parole diverse…decrescere non vuol dire tornare all’età della pietra neanche impoverirsi ma crescere in un altra maniera più equa e sostenibile liberandoci da tutto quello che non ci serve. esempio le armi i grandi centri commerciali le auto che fanno 200 all’ora quando c’è il limite dei 130 o l’acqua in bottiglia o cibo scadente pieno di schifezze o carne tutti i giorni e potrei cointinuare all’infinito.La invito ad Arzignano.
    < Alcune note sul BES, il nuovo indice del Benessere Equo e Sostenibile

    Varati gli indicatori per misurare il benessere della società italiana
    venerdì, 22 giugno 2012 di COMUNICATO STAMPA

    Nel giorno di avvio della Conferenza di Rio de Janeiro sullo sviluppo sostenibile, Cnel e Istat, in condivisione con la comunità scientifica e la società civile, hanno selezionato un set di 134 indicatori per rappresentare le 12 dimensioni del benessere equo e sostenibile definite lo scorso ottobre.

    Il lavoro di selezione degli indicatori più significativi ha comportato un delicato equilibrio tra l’esigenza di misurare in maniera soddisfacente i 12 domini del benessere e la disponibilità di dati. L’obiettivo di questa iniziativa, del resto, non è quello di monitorare in modo esaustivo il tema di ciascun dominio – compito che richiederebbe un set molto più ampio di informazioni – ma di misurare gli aspetti che contribuiscono maggiormente a determinare il benessere individuale e sociale.

    Lavorando in un’ottica di forte collaborazione e interazione con il Comitato Cnel-Istat, la Commissione di esperti ha identificato gli indicatori, sulla base di una chiara correlazione con il concetto di benessere (evitando tutti gli indicatori che possano prestarsi a letture ambigue): si va dal tasso di furti in abitazione alla disponibilità di verde urbano, alle emissioni di CO2 e altri gas clima alteranti, alla propensione alla brevettazione delle imprese, alla ricchezza netta media pro-capite, allo stato fisico e psicologico degli individui. La proposta sulle nuove misure del benessere è stata poi definitivamente approvata il 20 giugno all’unanimità dall'Assemblea del Cnel.

    E' previsto per dicembre il primo Rapporto Cnel-Istat sul benessere in Italia.

    Scarica il Comunicato stampa.

    I 134 indicatori organizzati per dimensione:

    Ambiente

    Volume pro capite giornaliero di acqua potabile erogata
    Qualità delle acque costiere marine
    Qualità dell’aria urbana
    Disponibilità di verde urbano
    Aree con problemi idrogeologici
    Siti contaminati
    Aree terrestri protette
    Aree marine protette
    Aree di particolare interesse naturalistico
    Preoccupazione per la perdita di biodiversità
    Flussi di materia
    Energia da fonti rinnovabili
    Emissioni di CO2 e altri gas clima alteranti

    Salute

    Speranza di vita alla nascita
    Speranza di vita in buona salute alla nascita
    Indice di stato fisico (PCS)
    Indice di stato psicologico (MCS)
    Tasso di mortalità infantile
    Tasso standardizzato di mortalità per accidenti di trasporto (15-34 anni)
    Tasso standardizzato di mortalità per tumore (19-64 anni)
    Tasso standardizzato di mortalità per demenza e malattie correlate (65 anni e più)
    Speranza di vita senza limitazioni nelle attività quotidiane a 65 anni
    Eccesso di peso: persone di 18 anni e più in sovrappeso o obese
    Fumo: persone di 14 anni e più che dichiarano di fumare attualmente
    Alcol: persone di 14 anni e più che presentano almeno un comportamento a rischio nel consumo di alcol
    Sedentarietà: persone di 14 anni e più che non praticano alcuna attività fisica
    Alimentazione: persone di 3 anni e più che consumano quotidianamente almeno quattro porzioni
    di frutta e verdura

    Benessere economico

    Reddito medio disponibile aggiustato (pro-capite)
    Indice di disuguaglianza del reddito disponibile
    Indice di rischio di povertà relativa
    Ricchezza netta media pro-capite
    Indice di vulnerabilità finanziaria
    Indice di povertà assoluta
    Indice di grave deprivazione materiale
    Indice di qualità dell’abitazione
    Indice di valutazione soggettiva di difficoltà economica
    Incidenza di individui che vivono in famiglie senza occupati

    Istruzione e formazione

    Tasso di partecipazione alla scuola dell'infanzia
    Quota di persone di 25-64 anni con almeno il diploma superiore
    Quota di persone di 30-34 anni che hanno conseguito un titolo universitario
    Tasso di uscita precoce dal sistema di istruzione e formazione
    Quota di giovani che non lavorano e non studiano (NEET)
    Persone di 25-64 anni che hanno partecipato ad attività di istruzione e formazione
    Livello di competenza alfabetica degli studenti
    Livello di competenza numerica degli studenti
    Quota di persone con alti livelli di competenza informatica
    Indicatore sintetico del livello di partecipazione culturale

    Lavoro e conciliazione tempi di vita

    Tasso di occupazione 20-64 anni
    Tasso di mancata partecipazione al lavoro
    Percentuale di trasformazioni nel corso di un anno da lavori instabili a lavori stabili
    Percentuale di occupati in lavori a termine da almeno 5 anni
    Incidenza di lavoratori dipendenti con bassa paga
    Incidenza di occupati sovraistruiti
    Tasso di infortuni mortali e inabilità permanente
    Incidenza di occupati non regolari sul totale degli occupati
    Rapporto tra tasso di occupazione delle donne 25-49 anni con figli in età prescolare e delle donne senza figli
    Indice di asimmetria del lavoro familiare
    Quota di popolazione 15-64 anni che svolge più di 60 ore settimanali di lavoro retribuito e/o domestico
    Quota di lavoratori dipendenti coperti da contrattazione collettiva di secondo livello
    Quota di dipendenti che lavorano in una impresa dove è presente la RSU
    Percezione di insicurezza dell'occupazione
    Soddisfazione per il lavoro svolto

    Relazioni sociali

    Indicatore sintetico di partecipazione sociale
    Fiducia generalizzata: quota di persone di 14 anni e più che ritiene che gran parte della gente sia degna di fiducia
    Organizzazioni non profit ogni 10.000 abitanti
    Cooperative sociali ogni 10.000 abitanti
    Quota di persone di 14 anni e più che hanno svolto attività gratuita per associazioni o gruppi di volontariato
    Quota di persone di 14 anni e più che nelle ultime quattro settimane hanno fornito aiuti gratuiti a persone (parenti e non) non conviventi
    Finanziamento delle associazioni
    Soddisfazione per le relazioni familiari
    Soddisfazione per le relazioni amicali
    Persone su cui contare: quota di persone di 14 anni e più che hanno parenti, amici o vicini su cui contare
    Attività ludiche dei bambini da 3 a 10 anni svolte con i genitori

    Sicurezza

    Tasso di omicidi
    Tasso sui furti in abitazione
    Tasso sui borseggi
    Tasso sulle rapine
    Tasso di violenza fisica
    Tasso di violenza sessuale
    Percentuale di persone di 14 anni e più che si sentono sicure camminando al buio da sole nella zona in cui vivono
    Percentuale di persone di 14 anni e più che sono preoccupate (molto o abbastanza) di subire una violenza sessuale
    Percentuale di persone di 14 anni e più che hanno avuto paura di stare per subire un reato negli ultimi 12 mesi
    Percentuale di persone di 14 anni e più che vedono spesso elementi di degrado sociale ed ambientale nella zona in cui si vive
    Tasso di violenza domestica sulle donne

    Benessere soggettivo

    Percentuale di persone di 14 anni e più che hanno espresso un punteggio di soddisfazione per la vita tra ‘8’ e ‘10’
    Percentuale di persone di 14 anni e più che si dichiara molto soddisfatta per il tempo libero
    Percentuale di persone di 14 anni e più che ritengono che la loro situazione personale migliorerà nei prossimi 5 anni

    Paesaggio e patrimonio culturale

    Dotazione di risorse del patrimonio culturale
    Spesa pubblica comunale corrente pro capite destinata alla gestione del patrimonio culturale (musei, biblioteche e pinacoteche)
    Tasso di abusivismo edilizio
    Tasso di urbanizzazione delle aree sottoposte a vincolo paesaggistico
    Erosione dello spazio rurale da dispersione urbana
    Erosione dello spazio rurale da abbandono
    Presenza di paesaggi rurali storici
    Valutazione della qualità della programmazione dello sviluppo rurale in relazione alla tutela del paesaggio
    Densità di verde storico e parchi urbani di notevole interesse pubblico
    Consistenza del tessuto urbano storico
    Persone non soddisfatte della qualità del paesaggio del luogo di vita
    Preoccupazione per il deterioramento delle valenze paesaggistiche

    Ricerca e innovazione

    Intensità di ricerca: spesa per ricerca e sviluppo
    Propensione alla brevettazione
    Incidenza dei lavoratori della conoscenza sull'occupazione
    Tasso di innovazione tecnologica del sistema produttivo
    Tasso di innovazione di prodotto/servizio del sistema produttivo nazionale
    Specializzazione produttiva nei settori ad alta intensità di conoscenza
    Intensità d'uso di internet

    Qualità dei servizi

    Indice di accessibilità agli ospedali provvisti di pronto soccorso
    Posti letto nei presidi residenziali socio-assistenziali e socio-sanitari
    Liste d'attesa: persone che hanno rinunciato a visita specialistica o trattamento terapeutico per la lunghezza delle liste d’attesa
    Percentuale di popolazione regionale servita da gas metano
    Percentuale di rifiuti urbani oggetto di raccolta differenziata sul totale dei rifiuti urbani
    Indice sintetico di accessibilità ad alcuni servizi
    Densità delle reti urbane di trasporto pubblico locale
    Indice di accessibilità alle reti di trasporto
    Presa in carico dell'utenza per i servizi per l'infanzia
    Presa in carico degli anziani per il servizio di assistenza domiciliare integrata
    Indice di sovraffollamento degli istituti di pena
    Percentuale di famiglie che denunciano irregolarità nell'erogazione dell'acqua
    Percentuale di rifiuti urbani conferiti in discarica sul totale dei rifiuti urbani raccolti
    Numero medio per utente delle interruzioni accidentali lunghe del servizio elettrico.
    Tempo dedicato alla mobilità

    Politica e istituzioni

    Partecipazione elettorale
    Partecipazione civica e politica
    Fiducia nel Parlamento italiano
    Fiducia nel sistema giudiziario
    Fiducia nei partiti
    Fiducia nelle istituzioni locali
    Fiducia in altri tipi di istituzioni
    Donne e rappresentanza politica in Parlamento
    Donne e rappresentanza politica a livello regionale
    Donne negli organi decisionali
    Donne nei consigli d’amministrazione delle società quotate in borsa
    Età mediana dei parlamentari italiani
    Lunghezza dei procedimenti civili di cognizione ordinaria di primo e secondo grado

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    Rispondi
    • Andirivieni 18 lug 2012 a 21:42

      Condivido: vada pure in India ed in Brasile a parlare di decrescita, dato che sono così avanti, perchè perde tempo qui da noi?

      Rispondi
  57. luciano panato 18 lug 2012 a 19:13

    attenzione ai naviganti: Serge Latouche ha rilasciato oggi una lunga intervista al giornale on line lettera 43 in cui afferma che l’Italia ha bisognao della bancarotta. quindi prepariamoci se ha ragione a una situazione simil Argentina. L’intervista è molto lunga, ma molto ineteressante il finale; dove rispetto ai decrescisti nostrani che decretano che si decrescerà con una discussione pubblica e con decisioni prese collettivamente, Latouche dice che non sarà così:
    R. Oggi penso che la democrazia sia un’utopia che ha senso come direzione. Ma la cosa importante è che il potere, quale che sia, porti avanti una politica che corrisponde al bene comune, alla volontà popolare, anche se si tratta di una dittatura o di un dispotismo illuminato.
    D. Si spieghi meglio.
    R. Norberto Bobbio si chiedeva quale è la differenza tra un buono e un cattivo governo. Il primo lavora per il bene comune. Il secondo lo fa per se stesso. Questa è la vera differenza.
    D. Va bene, ma come si ottiene un buon governo?
    R. Con un contropotere forte. Un sistema è democratico – non è la democrazia, attenzione, ma è democratico – quando il popolo ha la possibilità di fare pressione sul governo, qualunque esso sia, in modo da far pesare le proprie esigenze e idee.
    D. Ma non sta rinnegando la democrazia?
    R. L’ideale sarebbe naturalmente l’autogoverno del popolo, ma questo è un sogno che forse non arriverà mai…. .

    come la mettiamo? un dittatore per la decrescita felice? e se sì chi sarà? Beppe Grillo e Casaleggio il quale vuole portare la popolazione umana a un milardo?

    Rispondi
  58. Antonella 19 lug 2012 a 02:00

    Andirivieni se in Brasile o in India sono poveri la colpa è del ricco e opulento occidente e del nostro modo di sprecare tutto anche i rapporti umani sono cambiati prevale l’arroganza e il potere dappertutto! almeno con la decrescita cercheremo di recuperare almeno quelli. Se dico agli indiani che qui nessuno beve più la coca cola che ha rubato la oro l’acqua che serviva alla loro agricoltura penso mi ringrazierebbero e tanto… però se lo faccio da sola non ha senso è per questo che facciamo un incontro pubblico per smuovervi anche voi.

    Rispondi
  59. Antonella 19 lug 2012 a 17:48

    Ancora per Andirivieni( non so se è un lui o una lei boh?) qui si vedono indiani dell’Amazzonia molto più avanti di noi con la decrescita http://video.ilsole24ore.com/TMNews/2012/20120619_video_08331398/00003687-rio20-indiani-dellamazzonia-contro-il-capitalismo-verde.php

    Rispondi

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