Las Vegas a Vicenza, figlia del caos
Las Vegas a Vicenza? Anzi, nella tranquilla, quieta, fin troppo quieta Vicenza? Vedete che succede? A San Felice le macchinette infernali, mangiasoldi a tradimento e senza soluzione di continuità, verso Fornaci Park un Byngo (con la y, dunque passato di mano dai leghisti della prima ora a quelli senza volto della seconda), e a San Lazzaro il ritorno della prostituzione on the road. Alla grande. Altro che Vicenza del 2000, direzionale e quant’altro. Tutte frottole da rendere cemento vivo fin dai tempi di Corazzin sindaco e che chi ha almeno 50 anni ricorda con qualche raccapriccio.
Tutta la morale sulla spalla ovest è racchiusa in un progetto mai nato e che ha partorito solo milioni di euro di utile ai cementieri principe della città, ha riempito le tasche di commissioni ai portaborse senza patria né legge di cui le nostre contrade popolate da democristiani dismessi e da leghisti e forzitalioti anonimi e squallidi, sono ancora piene. E ha chiuso lì. Dove non c’è un progetto, meglio ancora se il progetto è declamato e poi abortito, si infilano tutte le nefandezze immaginabili. I soldi sporchi transitano dove il caos è sovrano. Dove manca un piano. Dove non c’è mai stata un’idea di città.
La sala delle slot machines a San Felice ha toccato la coscienza sociale del buon Variati. Altolà, in quella zona non si può, troppe scuole a due passi, troppi cittadini pensionati in attesa di sperperare nella vanità della speranza più atroce (perché irrisolvibile) quel poco di pensione che lo stato oggi gli garantisce. Si chiude. Ora Variati fa bene a far così, per carità, ma chi ha consentito che l’attività partisse? Se ne sono accorti adesso, in comune? E’ solo vernice elettoralistica l’azione portata avanti dalla giunta?
Avrei molti motivi per credere che sarà tutto vano. L’attività è partita. Nel rispetto della legge, dicono i gestori. A fine mese il Tar dirà la sua ma non sarà una sentenza definitiva né servirà a dirimere la questione una volta per tutte. Il fatto evidente è che nessuno oggi può muoversi sul piano dei valori e del principio etico. Il Comune di Vicenza si muove sul piano del cavillo amministrativo. Sulla concessione commerciale. E spera così di guadagnare tempo.
Ma nulla può fare un Comune sulla liberalizzazione creata impunemente e senza scandalo da Tremonti e Berlusconi a partire dal 2003. La liberalizzazione del gioco d’azzardo in Italia ha prodotto un vortice abietto che poi la crisi ha clamorosamente dilatato. Il gioco d’azzardo è in mano ad un cartello para mafioso con localizzazione nelle Antille. L’apertura legislativa operata in Italia dai governi Berlusconi-Tremonti ha aperto a quella gente una generosissima autostrada. In Italia oggi, anno di grazia 2012, quella del gioco d’azzardo è la terza azienda del paese per volume d’affari. Affari in gran parte oggetto di riciclaggio e in buona parte soggetti a sistematica elusione fiscale.
Ma c’è forse un modo per porre un primo rimedio. Emettere un regolamento comunale ad hoc, che vieti l’installazione delle tragiche macchinette mangiasoldi in posti per così dire neutri rispetto alla popolazione. Lontano da scuole, comunità, case di cura, incroci di grande passaggio. A Pavia il Comune sta già operando in tal senso. Documentatevi, cari vicentini ritardatari. Pavia è vicina. A Vicenza, come al solito, ci si muove tardi e a babbo morto. Ad esempio i Comuni possono stabilire, con regolamenti che non disattendano la legge Berlusconi-Tremonti, che le macchinette infernali non siano installate in salette appartate, rispettino alcuni vincoli urbanistici, obblighino i gestori all’installazione di sistemi di videosorveglianza. Eccetera. Foglie di fico? Servono anche queste. Almeno se la nudità è orripilante. Qualcosa rendono.
La tesi più oscena che si sente in giro è che quel fatturato catturato e divorato dalle slots serva a rimettere in sesto il bilancio dello Stato con varie tassazioni. Basti pensare che statisticamente restituiscono molto meno di quanto ricevono e quanto ricevono toglie ossigeno ad altri più rassicuranti consumi. Producono malattie gravi da dipendenza. Sono una piaga sociale. Eppure si legge ancora sul quotidiano della città cosa pensa un “autorevole” esponente leghista, tale Alberto Giorgetti, già sottosegretario della commissione Finanze con delega ai giochi d’azzardo nel governo Berlusconi, dire candidamente che il settore del gioco “ha prodotto opportunità, crescita, anche tecnologica, ha un gettito erariale non esiguo e per questo non può essere abbandonato”. Dare uno spazio simile a Giorgetti, interessato al federalismo fiscale e civico (a marca leghista) attraverso il gioco è come offrire una pagina di giornale all’oste perché spieghi quanto è buono il suo vino.
Di fronte ad un fatto simile, che ha prodotto reazioni e giuste preoccupazioni, la scelta corretta di un’informazione consapevole è quella, in primis, di dire al popolo da quali aberranti radici sia generata questa mala pianta. Parliamo di quello che sappiamo già e che altra stampa ha abbondantemente a suo tempo riferito. Documentiamo la gente sul cartello delle Antille, sul ruolo delle mafie, sull’incontrollabilità di enormi flussi di denaro. Nell’autunno scorso, ad esempio, L’Espresso ha rivelato che truccare i flussi reali generati dalle giocate è una cosa da ragazzi. Se la Finanza fa una verifica, però, lo può scoprire. Ma se anche lo scopre, la sanzione massima prevista è di 30 mila euro. Una cifra di gran lunga inferiore ai flussi non denunciati. La truffa conviene. Sempre.
Denunciamo il marcio che c’è dietro il gioco organizzato. E poi parliamo di permessi e di carte burocratiche in regola. Facciamo una giungla di interventi comunali a protezione dei pensionati, dei ragazzi e delle famiglie. Lasciamo che siano i gestori a ribellarsi e a ricorrere. La politica e la buona amministrazione devono reimpossessarsi delle cose pubbliche. E poi, votiamo solo chi nel programma prevede di stroncare questo cancro sociale. Senza falsi moralismi ma solo guardando in faccia la realtà com’è. San Felice non sia solo un’isola.


Avviso per il disattento autore dell’articolo , peraltro condivisibile: il Giorgetti di cui parla non è leghista ma del PDL.
Non siamo così ipocriti, però. Il gioco d’azzardo è stato (giustamente) liberalizzato per sottrarre alla criminalità organizzata quello che è un mercato reale, pulsante, al di là di quello che si può (o si vorrebbe) pensare. Non è la disperazione che spinge la gente al tavolo da gioco, quanto l’innata passione per il gioco, che non si può estirpare. Quindi meglio tenerlo sotto controllo.
Questione sale giochi: sono ambienti squallidi, ne convengo, ma dubito che rappresentino un pericolo per la comunità. Qualunque ragazzino sa dove trovare online i siti per giocare d’azzardo, se ne ha voglia (siti ce ne sono in abbondanza, fate una prova). Vogliamo dunque proibire i computer? E le trasmissioni di poker in tivù? Meno moralismo potrebbe portare ad una comprensione migliore del problema, ammesso che si possa chiamare tale.