Ferrauto, l’esule felice fra jazz e catering
“Massimo, dal microfono al piano… dei fornelli”: così più o meno recita il titolo di un articolo dato alle stampe d’oltralpe che da qualche giorno circola su Facebook. Una notizia che, essendo il Massimo in questione un musicista vicentinissimo, esule per amore in terra francese da qualche anno, ha solleticato la nostra curiosità, scaturendo in una “due ore” telefonica Vicenza-Annonay.
Annonay è la cittadina del dipartimento dell’Ardèche (nella Regione del Rodano-Alpi) in cui si è rifugiato con la moglie Lucille e il piccolo Zeno il “nostro” Massimo Ferrauto, bluesman arcinoto in città che ha colorato con la sua voce profonda e vibrante la musica vicentina da metà degli anni Ottanta in poi.
Sempre nel segno della schizofrenia creativa e dell’iperattività: prima con i Nema Problema, formazione rock indipendente che ha goduto del grande fermento underground di fine anni ’80 sulla scia dei CCCP, poi con il gruppo sperimentale Zum Teufel!, a cavallo tra elettronica, sonorità etniche e teatro, che l’ha portato su Radio Rai e Videomusic in compagnia di artisti come Patty Pravo e Melvins, ed infine, da metà anni ’90, sui sentieri del blues e del jazz con svariati progetti su e giù per i club di tutta Italia e esteri. Fino al trasferimento in Francia nel 2008 – prima a Lione e poi gradualmente sempre più decentrato nei sobborghi rurali del parco nazionale del Pilat -, dove ha continuato a vivere di musica sfondando le barriere all’ingresso del circuito francese (notoriamente campanilista) e godendo dell’illuminata legislazione vigente, le “statut d’intermittent du spectacle”, che ai musicisti professionisti (riconosciuti tali con almeno 44 concerti ogni 10 mesi) assicura una sovvenzione mensile minima di 1.200 euro.
«Quando come rocker non ero più credibile, grazie ad un vocione nero che piace ai jazzman ho avuto il privilegio di fare il musicista ancora per molto tempo: una lunga vacanza» racconta Max con affetto. Una vacanza di 30 anni interrotta bruscamente nel luglio 2011, quando vinto dalla noia verso un’amante corrotta dai meccanismi commerciali e divenuta incapace di stupirlo, nel bel mezzo della registrazione di un disco ha appeso al chiodo spartiti e corde vocali. Per darsi ai fornelli.
«All’interno di un piano di “riconversione professionale”, all’età di 44 anni mi sono iscritto ad una scuola d’alta formazione in cucina regionale: un tour de force da 10 ore al giorno per 4 mesi» spiega. Dopodiché, appresi i segreti del mestiere come «affettare cipolle a velocità supersonica», si è sentito pronto per la nuova avventura nel mondo dell’arte culinaria, sua seconda grande passione.
«Ho radunato le ricette di mia nonna Filomena, cuoca di professione e causa prima dei miei oltre 100 chili di peso, e a gennaio 2012 ho tenuto a battesimo la mia nuova creatura». “Cucino a casa” l’ha chiamata: una piccola azienda di ristorazione a domicilio (nel ruolo di “chef”, per pochi intimi, e a livello di “traiteur”, anche per 200 commensali) che a suon di ricette autenticamente italiane, di cui i francesi vanno ghiotti, in pochi mesi è cresciuta fino a costringere “Fat Max” ad assumere una brigata di 4 cuochi. «Proponiamo oltre 100 sughi per la pasta, 8 tipi di pasticcio e molto altro: una grande varietà di piatti tradizionali ma piuttosto semplici agli occhi di un italiano… che per un francese stanco dei finti “resto italien” sono però irresistibili».
E siccome una ne pensa e 100 ne fa, Massimo non si è fermato qui. Proprio mentre scriviamo si sta preparando per una trasferta di 600 km sino a Bordeaux, dove lo aspetta un rimorchio customizzato a mo’ di cucina ambulante con cui importerà piadine, panzerotti e piadine nelle fiere e nei mercati paesani. Oltre che ai numerosi festival musicali, dove due “baba cool” (i veri hippie reduci degli anni Sessanta) con una vecchia roulotte trasformata in cucina gli hanno dato l’idea. «Voglio diffondere anche chinotto e cedrata, che qui non conoscono, sotto il segno di un gallo bianco rosso e verde» conclude sorridendo. Perché la patria s’ha da onorare, anche se la Francia è ormai “casa”.
Di origini meridionali, Massimo Ferrauto si sente tuttavia più vicentino che italiano. «Vicenza è la mia città, dove sono nato e cresciuto, e la ricordo con affetto anche se non ci tornerei più». Le sue visite nel capoluogo berico sono ormai sporadiche e l’ultimo avvistamento on the stage risale a Vicenza Jazz 2011, in un concerto al Bar Astra dal fido amico Mopi. «Da lontano percepisco rassegnazione e impotenza, politica, sociale e culturale. Un umore ben diverso da quello che ho salutato 4 anni fa, quando Vicenza era consapevolmente rivoltosa (si era nel pieno della lotta contro il Dal Molin, ndr) e culturalmente vivissima».
Lo dice con amarezza e determinazione tali da fugare ogni dubbio sulla possibilità di un suo ritorno in città. Ma forse col microfono in mano lo rivedremo ancora. Pare infatti che, complice un vicino di casa aspirante musicista, da un paio di mesi abbia tirato fuori dal cassetto il pentagramma…



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