Stretta creditizia e stipendi banchieri, parla Banca Centroveneto
«Stretta al credito? La verità è che non ci arrivano più richieste di finanziamento serie. Non ce ne sono proprio, non c’è nessuno che investe». Per la banche non è un gran momento. Mai come in questo periodo gli piovono addosso critiche da ogni parte: per il credito che non viene concesso, per i tassi applicati che sono ai limiti dell’usura, per i supercompensi dei manager, per le commissioni troppo care. A livello locale, il j’accuse più forte è stato quello del vicepresidente dell’Ascom Rino Filippin, che al convegno dell’Abi a Vicenza ha alzato la voce contro «le banche del territorio che lavorano solo con i grandi clienti» e contro «i presidenti che guadagnano più del Presidente della Repubblica». Accuse a cui replica Umbertino Baracca, dal suo punto d’osservazione come direttore generale della Banca del Centroveneto: sede a Longare, 19 filiali distribuite tra la provincia di Padova e Vicenza, 180 dipendenti, un miliardo di euro di raccolta annua, 700 milioni di impieghi. Una banca piccola, anzi, piccolissima, se confrontata con colossi come Unicredit o Intesa San Paolo. Decisamente grande se comparata alle altre colleghe del circuito di credito cooperativo, di cui fa parte. E che la inserisce in una rete con oltre 4500 sportelli, il terzo gruppo italiano.
Piccoli e grandi al tempo stesso dunque. Una doppia ottica che può aiutare a capire come stanno le cose. A cominciare dalla stretta sul credito denunciata con forza da tutte le categorie produttive. «Noi non abbiamo chiuso il credito a nessuno – puntualizza Baracca -: l’anno scorso i nostri impieghi sono cresciuti del 2 per cento. Certo, non è il 15 per cento in più che si faceva qualche anno fa, ma sono cambiati i tempi. E comunque faccio fatica a credere che l’abbiano fatto anche gli altri». Il perché è presto detto. «Il nostro lavoro è raccogliere denaro e impiegarlo. Se non lo impieghiamo non siamo in grado di remunerarlo. Una banca che non fa credito non sta in piedi. La verità è che da un anno a questa parte non c’è una richiesta di finanziamento per beni strutturali: un tornio, un nuovo macchinario, una ristrutturazione fatta come si deve. Una volta erano all’ordine del giorno, adesso non si vedono più. Non investe più nessuno. Le richieste che abbiamo sono quasi tutte per il consolidamento di situazioni già critiche. E in questi casi, se il progetto non è valido, può essere che venga rifiutato».
Insomma nessuno chiede prestiti per far crescere l’azienda. Quelle che bussano in cerca di un mutuo o di un fido sono soprattutto aziende già in crisi. E qui può capitare di vedersi chiudere le linee di credito. Ma una banca come quella del Centroveneto, chi finanzia? E in base a quali criteri? «I nostri clienti sono soprattutto artigiani, commercianti, e piccole e medie imprese con un fatturato che può arrivare fino a 10 – 15 milioni di euro – riprende Baracca -. Scegliamo business che possiamo controllare: per questo cerchiamo di stare fuori da situazioni di grosse aziende che hanno milioni di affidamenti e di cui noi saremmo solo la ventesima o trentesima banca. Lavoriamo con i piccoli, anche per ridurre i rischi».
L’altra grande accusa è che i soldi, quando sono concessi, costano carissimi. Con tassi ai limiti dell’usura. «La situazione per cui il tasso d’interesse si calcolava con il tasso dell’Euribor più l’uno per cento non esiste più – risponde il direttore del Centroveneto -. Se noi il denaro che raccogliamo lo paghiamo al 5 per cento, è chiaro che poi lo impieghiamo a tassi più elevati. Se raccogliamo al 5 e investiamo al 7 per cento, abbiamo fatto un buon lavoro. Ed è vero che il 7 per cento è caro. Capisco chi si lamenta, ma la situazione è questa». In pratica, vista la concorrenza sempre più spietata tra istituti di credito, la banca è “costretta” ad offrire condizioni vantaggiose per attirare nuovi clienti: se vuole continuare a raccogliere denaro, deve assicurare ai nuovi clienti rendimenti che oscillano tra il 4 e il 5 per cento. Di conseguenza, deve avere dei margini superiori: l’1 per cento per ammortizzare il rischi fisiologico di insoluti; un altro 1 per cento per il lavoro che c’è dietro, e il conto è fatto. Chi ha bisogno di denaro in prestito, lo paga dal 7-8 per cento in su.
«Le faccio un altro esempio – aggiunge Baracca -. Noi abbiamo circa 20 mila conti correnti di famiglie. Fino a qualche anno fa ogni famiglia risparmiava in media 2mila euro all’anno. E noi ci trovavamo con 40 milioni di euro in più ogni anno senza fare nulla. Adesso le famiglie non risparmiano più, anzi, il conto cala. Ma noi i soldi dobbiamo raccoglierli lo stesso. E c’è grande competizione: anche i grandi gruppi, che non riescono più a raccogliere soldi sul mercato europeo, guardano con molta più attenzione al mercato domestico».
La critica viene facile. Non tutti i soldi sono pagati cari. Anzi: le banche europee hanno appena ricevuto una pioggia di denaro a costo zero, o quasi, da parte della Bce. Però quel denaro viene prestato a tassi alti. Baracca risponde di nuovo con i numeri. «Come credito cooperativo abbiamo fatto richiesta dei fondi della Bce, ma il grosso è andato ai grandi gruppi. Ed è sempre una questione di costi. Noi abbiamo la metà dei nostri mutui che ci rende circa il 2 per cento. Quando raccogliamo denaro adesso lo paghiamo al 5 per cento. Dobbiamo riuscire a coprire quei costi».
Infine, gli stipendi. «Noi dirigenti siamo pagati, ma non con cifre esorbitanti. I consiglieri non sono pagati in base agli utili ma hanno un gettone dei presenza, e parlo di gettoni da 200 euro lordi o giù di lì. Il presidente ha un compenso che sarà di 30 -40 mila euro lordi all’anno».


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